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sabato 19 febbraio 2005
L'illuminismo iraniano
Da Andrea @ 0.00 :: 229 Visite :: 0 Commenti :: :: Mondo
 

Teheran non è Bagdad

Immagine: Anche la donna comincia ad acquisire diritti e libertà a Teheran(From hoder.com)




L'Iran è un paese dal passato controverso. Dal 1979 quando l'ayatollah Khomeini tornò dall'esilio ad oggi, molto è cambiato. In particolare, nell'ultimo decennio ha dato il via ad un processo di democratizzazione che fa di questo un grande esempio di come un paese può trasformarsi in tal senso. Perché non è una guerra a portare democrazia ma è un popolo che la deve volere. Ecco come.

Correva l'anno 1979 quando la Francia riportò in patria Khomeini, dopo lustri di esilio, il quale fece approvare la nuova costituzione e scatenò la rivoluzione islamica. Fu il ritorno sulla scena di una forma a noi ignota di terrorismo suicida: nella successiva guerra contro l'Iraq, venivano mandati al fronte ragazzini, appena adolescenti; il loro compito era quello di fare la prima linea, di lanciarsi contro il nemico "perché Dio vuole così". Avevano tutti una chiave appesa al collo: era stato detto loro che quella chiave serviva per aprire le porte del paradiso. Invece fu un inferno: oltre un milione di morti.

Nel 1989 Khomeini muore lasciando dietro di se una scia di morti, di distruzione, di mutilati e di famiglie disperate. Come leader religioso gli succede Khamenei, l'ayatollah che non avrà mai lo stesso carisma dello storico predecessore. Alla presidenza della Repubblica viene eletto Rafsanjani, poi Khatami, entrambi riformisti-moderati. I conservatori sono tornati ad avere la maggioranza in parlamento ma questo non blocca il processo che il paese ha intrapreso. Ad essere ancora convinti che bisogna morire per volontà divina sono rimasti in pochi, la maggior parte dei quali sono i ragazzini di allora, che si trascinano con schegge di mine infilate nel corpo, senza la vista, senza una mano, convinti che "Khomeini sapeva sicuramente perché ce lo ha ordinato". I loro coetanei più "fortunati", invece, oggi hanno una piazza o una biblioteca intitolata e una lapide al cimitero dove i genitori sono tornati a piangere, dopo anni in cui dovevano dire che erano contenti dell'accaduto. Bisogna andare a Teheran per capire che le cose stanno cambiando: una normale cittadina simile alle nostre, dove le donne cominciano a togliersi il velo, dove i dogmi di alcuni ayatollah cominciano a crollare, dove ai bambini a scuola si racconta cosa fu l'illuminismo europeo affinché da soli riescano a fare paragoni. Bambini che vedono edifici intitolati a loro coetanei morti in guerra e si interrogano sul valore di quei gesti e sul valore della vita. Qui, dopo l'11 settembre, a differenza di altri paesi islamici, le manifestazioni furono fatte per compiangere le vittime. Oggi, in Iran, è difficile pensare che possano tornare gli attentatori suicidi: sono scomparsi i martiri, sono scomparsi i movimenti più radicali. Ci sono stati nella storia ma sono stati pagati a caro prezzo, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza. La maggioranza di oggi non vuole una teocrazia, vuole democrazia. La delusione dolorosa ha sbugiardato alla radice le promesse salviche dell'Islam politico più di quanto qualsiasi influsso esterno avrebbe potuto fare.

Oggi in un Iran mosso da questo processo riformista, alcuni animi conservano l'odio antioccidentale. D'altronde alcuni stati ancora considerano l'Iran uno "stato canaglia", facente parte dell'asse del male con Siria e Iraq (o con Siria e Corea del Nord a seconda delle occasioni). In questo modo non si fa altro che costringere anche i riformisti a schierarsi in opposizione agli accusatori. Dopo aver appoggiato l'Alleanza del Nord contro i Talebani e gli oppositori al regime di Saddam, rimasti comunque fuori da ogni coalizione per opportunità politica (si schiera solo in appoggio a decisioni dell'ONU), sono stati accusati di avere un programma per la costruzione di armi nucleari. L'Iran ha lasciato entrare gli ispettori dell'IAEA e ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. La Russia protegge questo stato per paura che diventi filo-americano e collabora per la ricerca nel nucleare confermando la non-volontà di costruire armi da parte di Teheran. Stato canaglia? Asse del male? E' semmai il caso di parlare di un paese ostacolato dalla linea politica USA, in contrasto con quello che Bush dice a parole e che Khatami si augura per il Paese: sicurezza del diritto, limitazione del potere statale, maggiori diritti per le donne, protezione della proprietà privata, libertà di parola, giustizia, tolleranza religiosa (The Economist, 9 febbraio 2002).

Concludo con le parole di una donna, madre di un tredicenne morto al fronte, che solo dopo anni ha osato piangere il figlio. Uscendo dal cimitero commenta: "Però io non posso arrogarmi il diritto di giudicare. Forse, per imparare, abbiamo dovuto percorrere quella strada terribile. Però non credo che sia per volontà di Dio che uno getti così la sua vita".
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