Cerca
 

In questa sezione trovi tutti gli articoli publicati sul sito. Se ti interessano le statistiche, vai alla pagina "Statistiche articoli"

Per data Riduci
        
Articoli Riduci

Current Articles | Categories | Search | Syndication

lunedì 27 ottobre 2003
Terrorismo senza colori
Da @ 0.00 :: 293 Visite :: 0 Commenti :: :: Cultura e Societa
 

Si può veramente parlare di "colori" quando si parla di terrorismo?

Immagine: Le locandine dei film "Buongiorno, notte" e "I cento passi"(From www.filmup.com)




Quando sento la parola "terrorismo" penso a qualcosa che è indipendente da "colori" e bandiere: l'obiettivo di una strategia della tensione è uno ed uno solo: il sovvertimento dello status-quo, degli assetti politici e istituzionali esistenti: laddove non si è riusciti ad ottenere qualcosa tramite le vie legali si fa ricorso alla violenza indiscriminata, con lo scopo di diffondere il panico e di favorire la "svolta". E poco importa quale sia il principio che guida i diversi tipi di terrorismo. Qualsiasi tipo di idea o concetto base "scolorisce" di fronte all'uso della violenza, nel senso che "perde il colore" che notoriamente lo contraddistingue.
Pensiamo al cosiddetto terrorismo "rosso", definito così per indicare un fenomeno sviluppatosi negli anni '70 che faceva dell'azione armata un atto esemplare, destinato essenzialmente alla classe operaia, al fine di mobilitarla per il rovesciamento del sistema capitalistico e dello Stato borghese e che da sempre è stato considerato terrorismo di sinistra. Se è vero che alla base di questo terrorismo vi siano per così dire alcuni ideali propri della sinistra, è vero anche che questi ideali sono stati de-naturalizzati dai terroristi.

La mia riflessione prende spunto da un paio di film che ho visto recentemente: "I Cento Passi" (Marco Tullio Giordana, 2000) e "Buongiorno, notte" (Marco Bellocchio, 2003) ed è in un certo senso precedente rispetto ai fatti di cronaca degli ultimi giorni e quindi non è legata all'arresto dei brigatisti presunti autori dell'omicidio di D'Antona, ma ovviamente non può prescinderne. Il trait d'union dei due film è costituito da una data: 9 maggio 1978, giorno che tutti ricordano per il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro ucciso dalle BR (Buongiorno, notte) e che solo qualcuno ricorda per l'uccisione di un personaggio "minore" che non gode certo della fama del presidente Moro ma che non per questo merita di essere dimenticato: Giuseppe Impastato detto Peppino, siciliano, entusiasta militante di "Lotta Continua" e di Democrazia Proletaria, fervente antimafioso, ucciso dalla mafia di Badalamenti (I Cento Passi) proprio nel giorno del ritrovamento del cadavere di Moro.
Peppino muore per il suo modo di far politica e di opporsi alla straripante situazione di illegalità, in un territorio infestato da interessi mafiosi e da collusioni con tali interessi.
Come si legge negli atti del processo di Badalamenti (definitivamente giudicato colpevole come mandante dell'omicidio di Peppino nel 2001), “Peppino Impastato non aveva mai compiuto gesti che rivelassero l'intenzione di condurre l'attività politica con metodi terroristici, avendo invece sempre manifestato una cultura volta a rappresentare apertamente le proprie idee, con ogni mezzo a disposizione e con azioni sì talvolta eclatanti e di rottura, ma sempre non violente e improntate al libero confronto”. Peppino aveva dato vita, infatti, a una radio locale, tramite la quale aveva rotto il silenzio del suo piccolo paese e aveva osato sfidare il boss mafioso Badalamenti, in quegli anni in cui in Sicilia non si riusciva a pronunciare la parola ‘mafia’ e ci si illudeva di poter far finta che non esistesse neppure: Peppino voleva portare avanti la sua opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica relativamente all'argomento "mafia", ma anche ad altri argomenti più o meni connessi, come la speculazione edilizia e la deturpazione del territorio (si pensi all'attuale e scottante questione del Condono Edilizio che ha riportato alla ribalta tantissimi casi di "Brutta Italia") e in ogni caso contro un sistema governativo corrotto, connivente con la mafia stessa.
Quello su cui mi preme porre l'attenzione è che l'"allegra disobbedienza" di Peppino non ha mai avuto nulla a che vedere con gli intenti terroristici dei suoi "compagni", che proprio in quei giorni rapivano Aldo Moro, uccidevano la scorta prima e lo stesso Moro poi. Anzi Peppino è stato vittima lui stesso di un attentato di tipo terroristico, di stampo mafioso questa volta. Se ripensiamo alla definizione che ho voluto dare del terrorismo come "ricorso alla violenza indiscriminata, con lo scopo di diffondere il panico", vediamo che anche l'uccisione di Peppino è stato un atto di terrorismo. La scelta del tipo di morte riservata a Peppino (disteso sui binari della ferrovia con un carico di dinamite addosso) è la conferma della volontà di attuare un gesto eclatante: un atto dimostrativo che doveva incutere il timore (il terrore, appunto) in chi come Peppino aveva osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell'illusione di cambiarlo. Del resto l'ipotesi del suicidio era stata presa in considerazione solo dal sistema politico e dalle forze dell'ordine, ma tutti sapevano che Peppino era stato ucciso. E la mafia è sempre riuscita bene nel suo intento di creare il panico e di affermare la sua autorità.

Era, dunque, il 9 maggio del 1978. Questa data mi torna spesso alla mente: nei cinquantacinque giorni precedenti, l'Italia seguiva sgomenta i fatti drammatici del sequestro Moro. Io stessa che avevo solo quattro anni ricordo ancora il volto serio e preoccupato dei miei genitori davanti alla televisione. L'immagine della scorta di Moro riversa sulla strada e la giulietta bianca su cui viaggiava Moro sono tracce indelebili nella mia mente. Quante domande e quanti dubbi fino a quel 9 maggio 1978.
E ora penso a Peppino e a Aldo, l'uomo Moro, non il presidente della DC e mi chiedo: si può morire per lo stesso ideale che ha portato altri a commettere un omicidio? O meglio, forse la domanda giusta è questa: si può dire che l'ideale sia lo stesso nei due casi? Dal mio punto di vista, no: quello che nel primo caso è un ideale, nel secondo è la perversione di quell'ideale.
Basti pensare al linguaggio enfatico, esaltato e direi invasato utilizzato dalle BR che parlano di "disciplina della lotta di classe", "processo del popolo", Costruzione del Partito Comunista Combattente", "lotta all'Imperialsimo", "Nuclei armati proletari", "Soldati della Rivoluzione". I termini utilizzati sembrano affondare le loro radici nella tradizione militare e stridono con gli ideali di libertà e di pacifismo propri della cultura di sinistra e gridati a viva voce da Peppino che dell'energia, della voglia di costruire e della speranza in un mondo migliore e soprattutto della non-violenza aveva fatto i suoi pilastri. Ideali utopistici, forse. Ma del resto l'essenza stessa dell'ideale è la mancanza di concretezza e "materialità". Questo non ci deve far smettere mai, però, di sperare in un mondo migliore. E' questo il grande insegnamento del "piccolo" Peppino.
E in questo mondo migliore, Aldo Moro, come nel film del 'visionario' Bellocchio, passeggia nell'appartamento tra i terroristi addormentati e se ne va ritrovando la libertà…
Commenti
Currently, there are no comments. Be the first to post one!
You must be logged in to post a comment. You can login here
    Stampa      
  Copyright 2001-2007 by M.A.S.C.E.  
M.A.S.C.E.        Condizioni d'uso        Privacy