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venerdì 21 marzo 2003
Italiani un popolo di cicale?
Da Laura @ 0.00 :: 287 Visite :: 2 Commenti :: :: Cultura e Societa
 


(From www.politicayactualidad.com)




Una volta la pubblicità era mirata. Quando “lanciava” un oggetto o una marca (“Camminate Pirelli”). E quando lodava le virtù di un prodotto (“Bevete più latte, il latte fa bene”).
Da fine 2002, però, le fonti dell’etere distillano un messaggio meno circostanziato, ma non per questo meno coinvolgente.
La donna dialoga con l’uomo e gli domanda se ha fato una l’altra cosa: portato a passeggio il cane, messa in funzione la lavatrice? L’uomo, con tono indolente, risponde invariabilmente di no. “Allora che cosa hai fatto?”, domanda lei spazientita. E lui solenne: “Ho comprato le mele”. Oppure “il dentifricio”. Oppure qualsiasi altro oggetto. Purché ricorra il verbo “comprare”.

La didascalia sonore svela intanto che un qualsiasi acquisto fa crescere i consumi, con essi la domanda di beni e servizi, quindi, a catena, l’economia con annessa ricchezza. Con il sottinteso che, alla fine, ce ne sarà per tutti.
Allora ti viene da divagare sull’importanza della mela nei destini umani: quella che Eva offrì ad Adamo, quella che cadde in testa a Isacco Newton e ora quella da cui dipendono sorti del Pil, rientro del deficit, riduzione del debito statale, rispetto dei parametri di Maastricht.
In breve, la quadratura dei conti pubblici e privati degli italiani.

In verità, un’offensiva così massiccia e indiscriminata non s’era mai vista prima. E neppure una lezione così grossolana di economia keynesiana impartita dai teleschermi: “Più consumante, meglio starete”.
Ma consumare che cosa? Non importa. Burro o cannoni, come si diceva una volta. Pane o telefonini; necessario o superfluo; utile o dannoso?
Tutto, purché si consumi di più, l’economia “giri”, la torta cresca. Chi cerca tracce di indifferenza sociale o relativismo etico non saprebbe dove trovarne di più evidenti, per quanto forse involontarie.

Il dubbio sull’efficacia pratica dell’uso di spazi pubblicitari come surrogati di politica economica è più che legittimo. Ma ancor più fondata è la preoccupazione per i riflessi sulla platea dei destinatari.
Chi possiede di più non batterà ciglio: il suo standard di consumatore è già alto, non faticherà ad accrescerlo. Ma come reagisce chi non vive nell’agiatezza? Cosa spendo se non ho di che spendere? Oppure: se debbo spendere di più, devo considerare sbagliato il mettere da parte qualcosa (si chiama risparmio)?
Si può concludere che quel segnale, probabilmente pensato da ricchi per ricchi, ha un impatto sgradevole non solo sui poveri in senso stretto ma anche sugli strati (lavoratori precari o in attesa di contratto) che compongono il corpo medio della società?

In ogni caso, l’impianto qualunquistico della campagna pubblicitaria comporta un supplemento di responsabilità da parte dei soggetti che svolgono una funzione educativa e sociale.
C’è da ricomporre, con un criterio etico, una scala di valori anche nei consumi. Che sanità e scuola, ad esempio, vengano prima di atre scelte, anche nell’ambito del privato.

La “cultura” economica di una fase difficile non può affermare ce l’ottimo è raggiunto quando tutti si comportano da cicale. E’ necessario dire con chiarezza che ciò è sbagliato e ingannevole. Anche se, date le circostanze, c’è il rischio di un’accusa di… sabotaggio dell’economia nazionale.

Marco Venturi Tratto da “Italia Caritas” n° 2/febbraio 2003, pag. 6

Commenti
Da Tias81 @ domenica 23 marzo 2003 0.00
Personalmente ho visto sempre la pubblicità come un programma che dura pochi secondi, e a volte sono filmati veramente divertenti. Perciò credo che sta nell'intelligenza delle persone determinare cosa è giusto o no da fare. Non voglio pensare alle persone come un branco di cog.... che aspettano lo spot bello per acquistare un certo prodotto, almeno spero che in Europa non succeda questo.

Da Andrea @ martedì 1 aprile 2003 0.00
In Italia nessuno sono in pochi a comportarsi da cicale per un motivo semplice: non ce lo possiamo permettere. Ciò nonostante è reale il problema suscitato di una pubblicità ingannevole e di una società descritta in televisione come "consumistica". Rinnovo per questo l'invito a stare ben attenti nel vedere la tv. Non crediate che all'emittente interessi la vostra attenzione durante la trasmissione di turno: non siete altro che un numero per poter vendere a qualche centesimo in più quei cinque minuti di insulto al nostro buon senso.

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