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lunedì 10 maggio 2004
Esigenza di giustizia
Da Andrea @ 0.00 :: 232 Visite :: 0 Commenti :: :: Cultura e Societa
 

Siamo chiamati ad agire con gesti concreti

Immagine: (From www.dhnet.org.br)




“Venite , benedetti del Padre mio, riceverete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [...] In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” [Mt. 25, 34-40]

Fa riflettere, bisogna riflettere, su come la convivenza umana, la pace tra gli uomini, siano figli della capacità degli stessi uomini di essere attirati dalla verità morale. La giustizia, quella vera che può nascere solo dalla conoscenza della Verità, è portatrice di pace, di perdono se nasce da questa attrazione. Nessuna violenza, nessuna guerra giusta, può risolvere le contraddizioni che la nostra pigrizia ha lasciato diffondersi nel mondo: prendendo coscienza di determinate carenze, si deve operare per cambiarle con gesti concreti, gesti dei quali ciascuno di noi è chiamato a fare, evitando di dividere il mondo in “buoni” e “cattivi”. Non dobbiamo soltanto parlare, dobbiamo agire, agire per un ideale di mondo migliore che non deve restare utopia, consci che esistono una Verità e quindi una Giustizia superiori che non possiamo ignorare. La prioprietà privata, dei cittadini e delle nazioni, è legittima ed è corretta per un migliore sviluppo ma essa rimane sempre subordinata alla destinazione universale: il fatto che la parte più ricca della popolazione mondiale viva nel lusso, nel superfluo, ignorando la fame e la sofferenza della parte più povera non tiene conto di questo. Dobbiamo agire in prima persona per sopperire a questa carenza; S.Vincenzo de’ Paoli ci ricorda come “soccorrendo i poveri facciamo opera di giustizia e non di misericordia”.

L’azione caritativa può e deve abbracciare tutti gli uomini e tutte le necessità. Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita umana, ovunque vi è chi è afflitto da tribolazioni, problemi di salute, chi è in esilio o in carcere. E’ compito nostro cercarli, trovarli, consolarli e sollevarli porgendo loro aiuto. La purità d’azione non sia macchiata dalla ricerca di un proprio tornaconto, perché non avvenga che si offra come dono di carità cio che è già dovuto a titolo di giustizia. Si lavori affinché si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali: si faccia in modo che chi riceve l’aiuto possa, a poco a poco, liberarsi dalla dipendenza altrui e diventare sufficiente a se stesso. “Siamo tutti responsabili di tutti”, diceva Giovanni Paolo II, esortando a lavorare per il bene comune “cioè per il bene di tutti e di ognuno”.

“Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del terzo mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del Vangelo, che la non violenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena... se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali”. [Tonino Bello, 1989]
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