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venerdì 15 novembre 2002
Realtà inquietanti
Da Andrea @ 0.00 :: 1303 Visite :: 0 Commenti :: :: Generale
 

Il rischio della terza guerra mondiale: dalle disuguaglianze alle ingiustizie, dalla miseria alla fame gli elementi scatenanti. Tutti causati dal mercato non governato.

(From www.arabcomint.com)

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Fu il liberale Max Weber a dire che "dove il mercato è abbandonato alla sua auto-normatività esso conosce soltanto una dignità della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di pietà, non relazioni umane originarie di cui le comunità originarie sono portatrici". Secondo i teorici liberali, il mercato non è solo un efficace distributore di risorse, bensì un'istituzione della libertà democratica. Ma quale libertà? Quale democrazia? Non si vuole uccidere il liberismo, si vuole dimostrare che, se non controllato, è un coltello a doppia lama che si ritorce sull'umanità. In questo secolo, sistemi totalitari ed economie pianificate dimostrarono la loro scarsa efficienza. Ci vogliono prove per sostenere delle tesi: ecco perché è arrivato il momento di aprire gli occhi alla realtà. Prima però bisogna ricordarsi che i disagi sociali, nati da stati di insicurezza degli individui, da angoscia collettiva o da ingiustizie reali o presunte, sono sempre stati il motore dei più violenti movimenti sociali della storia, di destra come di sinistra. Andremo a dimostrare come esiste una forte dose di emarginazione, estistono numerose ingiustizie sociali internazionali che possono sfociare in soli due fenomeni: guerra o rivoluzione, a seconda della controparte. Non si vuole svolgere un trattato di sociologia o di economia: il riscontro di alcune affermazioni date per assunte possono comodamente trovare riscontro in testi più autorevoli.

Il Rapporto 1999 del Programma dell'ONU per lo sviluppo umano sostiene che a partire dagli anni '80, assunto e dimostrato essere l'anno di svolta della globalizzazione, le diseguaglianze fra paesi e all'interno degli stessi siano aumentate. E sostiene il vero. Nel 1997 il quintile più ricco della popolazione mondiale deteneva l'82% dei mercati d'esportazione contro l'1% del quintile più povero, il 68% degli investimenti diretti all'estero contro l'1%, il 93.3% degli accessi ad Internet contro lo 0.2% (UNDP '99).La quota dell'Africa sul PIL mondiale è scesa dal 4.5% del 1980 all'1.5% di fine anni '90. Negli anni '90 in America latina i salari medi sono incessantemente diminuiti. Nel 1996 i 358 miliardari (in dollari) esistenti avevano un patrimonio che superava il reddito aggregato dei paesi che, partendo dal basso della scala dei redditi, comprendevano il 45% della popolazione mondiale (2.4 miliardi di persone). Il 23% della popolazione, vivendo da nababbi, sfrutta l'85% delle risorse e delle energie di questo mondo, a spese del restante 77%, costretto a vivere alla soglia della povertà assoluta o sotto di essa. A conferma, la Banca Mondiale ha dichiarato che un miliardo di esseri umani sono inutili a questo mondo. Inultili? 40 milioni di esseri umani muoiono di fame ogni anno. E' la logica del mercato. Le Monde Diplomatique dice che "potremmo risolvere i bisogni di fame e sanità con 13 miliardi di dollari". In Europa e in America noi spendiamo la stessa cifra solo in profumi! Dal 1948 i diritti dell'uomo si sono visti solo in quel trattato firmato, non nella realtà. Nel '94 il costo della manodopera manifatturiera tedesca ammontava a 44 marchi all'ora, quella giapponese a 36 marchi, quella polacca a 3.5, quella indonesiana a 1 (leggasi uno) marco all'ora. L'industria manufatturiera tedesca dovette rispondere al mercato: face salire i suoi investimenti diretti all'estero a 50.000 milioni di marchi. A contorno: i lavoratori tedeschi stanno in fabbrica 1600 ore all'anno, quelli giapponesi 2000, quelli indonesiani circa 3000. Ovvio che si parla di sistemi di protezione sociale diversi, diritti umani diversi (vedasi lavoro minorile e infantile), leggi a tutela dell'ambiente diversi. Ciò non toglie che, essendo elementi che infuiscono sul costo della manodopera, il mercato risponde come per tutti i beni: prezzo più basso a pari qualità. La stipulazione di accordi internazionali, quali la "clausola sociale" proposta dal Bureau International du Travail e recapita anche in un articolo del trattato di Maastricht, intesa a ridurre il divario tra il Nord e il Sud del mondo in quanto a condizioni di lavoro e legislazione sociale e ambientale, sono solo belle proposte mai concretizzate. Perché nei "piccoli draghi" (Corea del Sud, Taiwan, Singapore) l'impresa fiorisce? I salari medi erano di 1-2 dollari all'ora ven'anni fa (ora 6-7), contro gli attuali 14 degli italiani, 21 dei giapponesi, 24 dei tedeschi. Non dimentiachiamo, però, centinaia di migliaia di lavoratori indiani, indonesiani, filippini, cinesi che guadagnano meno di un dollaro all'ora. Così il lavoro si sposta dal Nord al Sud del mondo per ragione del mercato. Conseguenze? Leggiamo dei dati ONU: da 100 a 200 milioni di bambini in età compresa fra i 6 e i 12 anni svolgono lavori pesanti, in condizioni ambientali pessime, orari superiori alle 12 ore al giorno, salari infimi, senza tutela giuridica né sindacale; si stima che il lavoro cosidetto "informale" comprenda due terzi di tutti coloro che hanno un qualche tipo di occupazione nell'Africa sub-sahariana, la metà in Asia, tra un terzo e la metà in America latina, un quinto in Europa e nel Nord America; nel Sud del mondo, il 40% della forza lavoro risulta disocuppata, sotto-occupata o occupata in lavori precari dal reddito infimo. Tali condizioni sono mantenute da pressioni fortissime, pena l'innalzamento dei costi di produzione, causa della fuoriuscita dal mercato dell'impresa che le sfrutta. La Banca Mondiale dovrebbe spiegarci quando parla di "pressioni competitive mondiali" cosa intende.

Internet è fonte di informazione mondiale, ma anche mezzo di trattazione finanziaria mondiale. L'Economist nel 1995 parlava di "Morte della distanza", ed eravamo solo agli albori. Lo squilibrio lo si nota anche qui: la densità delle connessioni è al Nord 100 volte superiore che al Sud, rispecchiando fedelmente la dimensione dei rispettivi mercati. Mercato che, grazie alla rete, si amplia: non solo le informazioni vengono scambiate, ma anche innumerevoli prodotti o servizi che possano essere trasformati in forma digitale: filmati, foto, musica, progetti, disegni, testi, etc.. Così anziché trasferire un prodotto metalmeccanico finito dall'altra parte del mondo, basta mandare i disegni che esso può essere prodotto localmente. E' qui che globalizzazione e localizzazione si incrociano; ma non solo. Con il termine globalizzazione si definisce il fenomeno per cui dagli anni '80 lo spazio del mercato ha raggiunto i confini demografici e territoriali del mondo, in ogni suo angolo, portando all'estremo un fenomeno storico di ampliamento geografico del mercato che fino a mezzo secolo fa riguardava solo le zone costiere di determinati continenti. Il fenomeno di localizzazione è causa di questo: essendo ogni attore economico in competizione con qualunque altro attore sul mercato-mondo, è necessario riuscire a soddisfare la domanda di nicchie di mercato locali sempre più numerose, differenziate e specializzate. Ma Internet non è solo scambio di dati, è anche finanza. La velocità messa in gioco in un campo d'azione grande quanto tutte i mercati mondiali, porta questo strumento ad essere l'ideale per operatori finanziari particolari: gli speculatori. Speculatore é chi dell'atto di trarre profitto da uno scambio ne fa un mestiere. Così vediamo che nell'anno 1998, ogni giorno giravano circa 2000 miliardi di dollari(1.7 volte il PIL italiano di allora). Solo per una parte, tra l'1% e il 5%, si trattava di economia reale (prodotti e servizi), lo conferma lo stesso FMI. Inutile spiegare come questa cifra si sia evuluta negli utili cinquanta anni. Far girare molto velocemente capitali per pochi minuti al fine di ottenere piccole percentali, ripetuto più volte porta a grossi guadagni. L'82% degli scambi aveva vita inferiore ai 7 giorni, ben il 43.5% massimo 2 giorni. Questo si traduce in un freno all'occupazione: le imprese hanno convenienza a speculare sui mercati finanziari piuttosto che effettuare investimenti e chi ne trae svantaggio è il dipendente. Così, dato OCSE, il tasso di investimento in Italia è sceso dal 24.8% del PIL del periodo 1960-69 al 16.7% del 1994, con ovvi rischi per i posti di lavoro. Anche gli investitori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondi comuni, etc.) non hanno interesse effettivo a che le imprese in cui investono aumentino la produzione, le vendite, le quote di mercato e, men che meno, la forza lavoro occupata. Reagiscono, anzi, benissimo di fronte a licenziamenti, specie se di massa, perché l'importante è il valore delle azioni, a prescindere dalla qualità e dalla quantità produttiva; è noto che non è sui dividendi societari che si gioca la speculazione.

Gli effetti dell'espansione priva di regole del mercato sono da vedersi principalmente nel fatto che individui e imprese sono costretti a lottare duramente tra loro al fine di sopravvivere, siano o no attrezzati per farlo: chi non lo è soccombe e, secondo i teorici del mercato de-regolato, è bene che sia così. Quindi l'economia diventa la vera prima potenza, sovrastando i poteri politici dei singoli stati. Essi non possono più nemmeno minimamente controllarla, data l'allocazione delle unità produttive che le multinazionali spargono in tutto il mondo. Viene così sminuita la sovranità politica di uno stato. Fattori interni cause di disagi e ingiustizie sono la suddivisione in classi e l'instabilità lavorativa. La nascita di tipologie di contratti a tempo determinato sono, laddove applicati, causa di scarsa sicurezza di occupazione per il futuro. In nessun paese la quota dei lavoratori socialmente definiti sicuri supera il 55%. Nel 1994 e nel 1995 la Volkswagen, in accordo con il sindacato, ha ridotto i salari reali, interessando 30000 posti di lavoro, continuando una politia già praticata negli Stati Uniti per far fronte alle sfide della globalizzazione. Entra in gioco l'evoluzione della comunicazione che ha portato al Sud, come mai avvenuto prima, la conoscenza delle condizioni esistenti al Nord, cosa che esisteva solo in direzione opposta. La teoria dice che se un individuo o un gruppo si rendono conto che un altro individuo o gruppo aventi caratteristiche simili appare trattato in modo diverso, sia sul piano economico sia su quello politico e culturale, prima o poi pretenderanno di essere trattati allo stesso modo. Così il contadino, il manovale, l'operaio che in Tunisia, India, Nigeria guadagnano 70 centesimi di dollaro all'ora mentre i loro simili in Europa guadagnano quindici o sedici volte tanto, si chiedono perché loro no. La manodopera immigrata entrà perciò in competizione diretta con i sempre più numerosi disoccupati locali per i posti di lavoro, causando pericolose tensioni sociali. Si pensi che la sola Africa aveva perso nel 1987 un terzo del suo personale qualificato, trasferitosi in Europa. Se contiamo che nei paesi del Nord (più Giappone, Australia e Nuova Zelanda) vive un miliardo circa di persone a crescita zero mentre nel Sud vivono 5 miliardi di persone con tasso di crescita pari al 2-3% annuo (ogni bambino nato al Nord, al Sud ne nascono 8), che porterà la forza lavoro a un totale di 4.5 miliardi nel 2050, bisognerebbe creare, entro quella data, un miliardo di posti di lavoro! Investire nel Sud, diminuendo l'infinito debito (dagli anni '90 è il Sud a trasferire al Nord mediamente 21 miliardi di dollari all'anno), riducendo le barriere doganali e puntando sull'istruzione, dovrebbe essere quindi un interesse anche del Nord. Ma le diseguaglianze sono anche interne: la stratificazione sociale distribuisce in modo diseguale le ricchezze di una società. Nella storia non si è mai vista una società di eguali, perciò è utopia. Ciò nonostante, chi appartiene ad uno strato sociale prende a riferimento gli strati contigui: differenze di trattamento o impossibilità di salita sono percepiti come ingiustizie. E' un dato di fatto che una guerra rende possibili "salti" di classe maggiori, anche negli anni seguenti. Con il passare del tempo, la forbice si amplia e, di conseguenza, il cambio di classe diventa impossibile. Al contempo, chi appartiene alle classi più elevate, tende a mantenere questo privilegio, rafforzandolo, anzi, se possibile laddove non ha potere. E' il caso degli imprenditori, giunti al potere politico dopo decenni di lotte che hanno seguito la rivoluzione industriale. Tale ingustizie sono persistenti tra strati distanti ma contigui di una stessa società ma anche tra strati identici di società differenti. La rappresentazione dicotomica, irreale ma ideologicamente diffusa, calza con la statistica: i lavoratori dipendenti, il 70% della forza lavoro,ha un reddito medio annuo pari a 30 milioni di lire mentre i dirigenti, l'1%, ne riceve 200; ovvero il quintile più ricco della popolazione riceve un reddito 50 volte maggiore del quintile più povero. Se poi andiamo a leggere i dati del United Nations development Programme, nel 1960 il quintile più ricco si divideva il 70.2% del PIL, contro il 2.3% del quintile più povero; nel 1991 i numeri parlavano di 84.7% contro 1.4%; nel 1997 siamo a 86% contro 1%. E questi sono valori medi: esistono realtà specifiche ben peggiori. Ponendo la soglia della povertà a 12500 dollari l'anno, negli Stati Uniti vi è una quota di poveri pari al 23.2%(1994), in rialzo rispetto al 8.4% del 1969. In Italia 4 milioni di persone vivono sotto l'80% della soglia di povertà relativa. Se ci fosse mobilità sociale, non ci sarebbe tensione sociale. Ma così non è. Solo una guerra, causa di mobilità sociale acendente, può smuovere l'attuale stasi, l'attuale immobilità presente negli stati più avanzati. Infine, le abissali diseguaglianze che la globalizzazione ha scavato tra paesi e strati sociali nel mondo intero, hanno finora dato origine a marginali movimenti di protesta perché non solo chi ne beneficia, ma anche gli strati sociali intermedi le considerano eque. Qualora tali interpretazioni dovessero venire meno, detti movimenti di protesta potrebbero rapidamente assumere una ampiezza incontenibile in molte parti del mondo. La globalizzazione è una prospettiva per lo sviluppo teconolgico ed economico notevole, se sfruttata; per il momento ha portato solo PIL in calo, disoccupazione e tensioni sociali: i cosiddetti "effetti perversi" della globalizzazione.

Da anni, è l'ONU primo attore per stendere l'idea di una global governance. Nacque anche la Commission on Global Governance (CGG), formata da 28 membri di 26 paesi ma non pare che, gli aspeti critici segnalati dalla commissione, siano stati affrontati. Nel 1999 arriva a dire che "In assenza di misure adeguate per assicurare una global governance economica, [la globalizzazione] ha reso l'economia mondiale più instabile; [...] il divario tra i più ricchi e i più poveri si è ampliato [...] I paesi ricchi sono diventati più avari, tagliando gli aiuti a i poveri, mentre il numero degli estremamente poveri - quelli che devono sopravvivere con un dollaro al giorno o meno - ha continuato a crescere". L'ONU sembra avere sempre meno potere. Basterebbe inserire la Tobin Tax per cominciare a frenare gli speculatori finanziari, ma non si è fatto. Forse chi la dovrebbe inserire specula a sua volta? Ridurre lo squilibrio tra ecnomia finanziaria e reale è uno degli obbiettivi. Gli effetti negativi, in specie sulla occupazione, sono evidenti. Meno occupazione vuol dire un taglio dei consumi da parte delle famiglie e il "cerchio della negatività" si chiude. Ringraziamo il FMI che per decenni ha lottato per deregolarizzare i mercati. Altro obbiettivo dovrebbe essere di ridurre le disugualianze internazionali e nazionali: l'insicurezza economica che accompagna tali processi innesca alla lunga conflitti di gravità fuori dal comune, per intensità ed estensione. Ultimo ma non meno importante, assicurare la concorrenza e promuovere lo sviluppo locale. Nell'informatica un solo produttore, Microsoft, controlla il 90% del mercato. Nel settore degli aerei ci sono due soli produttori: la Boeing l'Airbus. Il petrolio è in mano all'80% di un gruppo di cartellisti ristretto: Exxon/Mobil, Shell, Ebi, BP-Amoco, TotalFina-Elf. A costruire auto con una capacità produttiva solida sono solo 6: General Motors, Ford, Volkswagen, Toyota, Renault/Nissan, Daimler/Chrysler. TV, telefonia, energia elettrica solo realtà monopolistiche o oligopolistiche globali o locali. In alcuni paesi europei il 95% degli acquisti destinati alla distribuzione nei supermercati risulta controllato da pochissime centrali; in Francia sono cinque: Auchan, Intermarché, Opéra, Carrefour e Promodés-Lucie. Di fatto i dieci-dodici settori chiave sono in mano a oligopoli o monopoli che determinano tipologia, qualità e prezzo di prodotti e servizi per miliardi di consumatori. Lo sviluppo locale, invece, è importante per evitare le migliaia di chilometri che fa la merce di tutti i giorni. Ricardo, con la legge dei costi comparati, sbagliava: non è solo il costo da tenere in considerazione. Investimenti in teconologie ed infrastrutture, qualificazione del personale. Una comunità investita in tal modo dalla globalizzazione non diventa interdipendente rispetto a forze economiche esterne, diventa solo dipendente. L'interdipendenza presuppone che la comunità A abbia a sua volta la capacità di produrre altre merci a prezzi che le permetteranno di esportarle con profitto nella comunità B. Ma se le uniche merci che A è o era capace di produrre sono quelle che B produce a minor prezzo, in forza del maggior sviluppo delle sue forze produttive, A deve sopportare una serie di costi tangibili e intangibili che la condannano a un permanente sottosviluppo. Disoccupazione, perdita di capacità professionali, peggioramento della qualità della vita, etc.. Se tali costi venissero contabilizzati in via preventiva, si constaterebbe che la comunità A trarrebbe grandi vantaggi nel trasformare tali costi in investimenti intesi a sviluppare la sua capacità produttiva in quello specifico settore.

Invece, a fare da indice ingiusto della ricchezza di uno stato, è ora il PIL (Prodotto Interno Lordo): tale fattore è quantitivo ma, ahimé, non qualitativo. Così la California spende ogni anno miliardi di dollari per accrescere la propria dotazione di penitenziari, una somma superiore alle spese per l'istruzione. L'Italia spende circa 25 miliardi di euro ogni anno per indennizzi e cure conseguenti agli incidenti stradali (nel '99 sono stati 960000, con 1200 morti); anche premi assicurativi, servizi medici, prodotti farmaceutici fanno parte integrante del PIL. I paesi dell'OCSE contano ogni anno 100000 morti, milioni di feriti gravi, auto distrutte o gravemente danneggiate. Male? Bene, il PIL sale! Questa distorsione fa si che paesi laddove la qualità della vita peggiora, siano considerati in progresso poiché il PIL lo è. Se un agricoltore che sfama la sua famiglia con il proprio lavoro è costretto a trasferirsi in città è un vantaggio perché il suo reddito monetario è contabilizzato, anche se ora fatica a mantenere se stesso. L'Indice di Sviluppo Umano (ISU), indice composto e ben più preciso, non viene ancora considerato ma sarebbe un bel punto di partenza per giudicare le politiche di un paese. Ma dato più importante a fare innalzare il PIL è quello dell'industria bellica: la guerra. Nel mondo del "facciamo la pace", delle (finte) organizzazioni mondiale atte a garantire la pace, abbiamo ancora questa tra le tre industrie principali del pianeta. Perché l'80% delle armi mondiali è commercializzato dai cinque paesi che hanno potere di veto in sede ONU, l'organizzazione che ha, come primo scopo, quello di garantire la pace? Sembra di fare il gioco della Fiat nella guerra Iraq contro Iran, dove forniva le mine antiuomo da una parte e le autoambulanze dall'altra. Doppio! Come la storia dei Talebani, armati dagli Stati Uniti prima, attaccati dagli stessi dopo. Doppio! Come l'Iraq, armato e appoggiato dagli Stati Uniti prima (contro l'Iran), finché non gli si è voltato le spalle, attaccato nel '91 dopo, attaccato prossimamente (forse). Triplo! E in Afghanistan, per rovesciare i Talebani, si sono armati i guerriglieri del Nord (triplo!), magari sperando che un domani li si debba attaccare per l'ennesimo colpo di stato (quadruplo!). Il PIL si alza, e non conta se ad andarsene sono migliaia di vite umane. Lo schiavismo in Africa e poi il colonialismo sono stati abbandonati solo quando si era sicuri che essa fosse inserita nel Neoliberismo. In Africa famiglie di 4-5 persone vivono in baracche di 3 metri per 4, l'80% di esse non sono di proprietà bensì affittate dai proprietari a prezzi elevati. In America latina, nell'Asia sud-orientale, in Africa, decine di milioni di bambini conducono un'esistenza contrassegnata da droga, mendicità, violenza, prostituzione. Come si può rimanere inerti davanti a tali miserie? Le ragazze devono prostituirsi, pena la morte per fame. L'AIDS? Provate a chiederglielo, ti risponderanno "morta per fame, morta per AIDS: è la stessa cosa". In questi inferni danteschi, la disperazione dei poveri è una bomba atomica pronta ad esplodere! Un padre missionario dice che arrivando "ho perso subito 20kg ma non sono necessari, è stato meglio. Ognuno di noi si porta dietro 20kg in più, basterebbe aggiustare il tiro, si starebbe tutti meglio". Cos'è questo Sistema?

Il Sistema attuale si basa su tre pilastri fondamentali: il pilastro economico (non politico!), ora globale e incontrollabile; il pilastro bellico, le armi! Il 20% del mondo non potrebbe tener sotto il restante 80% se non fosse per la forza delle armi, dell'atomica. Spendiamo 1000 miliardi di dollari all'anno in armi! Potremmo cambiare faccia al mondo, ma i ricchi sarebbero meno ricchi e i poveri meno poveri. Terzo pilastro i mass media. Giornali e tv sono controllati, l'informazione pilotata. In Italia ne abbiamo la massima espressione. Ecco perché non vediamo: ci fanno vedere ciò che vogliono. Non guardate più la tv! Cercate informazione alternativa e fatela, scrivete! La controinformazione è importante. Ma soprattutto cominciate a ragionare: dite no alla logica militare. Dante diceva "uomini siete e non pecore matte". Fatevi sentire! Agite! A partire dalle campagne, dal boicottaggio dei grandi marchi: quando in America hanno scoperto che la Nike faceva lavorare la gente in Thailandia e Corea a bassissimo prezzo, l'hanno messa in ginocchio non comprando più i loro prodotti! La storia della Nestlé che causa un milione e mezzo di lattanti morti all'anno in Africa e il boicottaggio subito è conosciuta da tutti. Fate queste proteste! Non si vota ai seggi, il potere politico non è più così importante. Si vota al supermercato,quando andate a comprare. Se una multinazionale non rispetta i diritti umani, la legge potrà anche non punirla perché non c'è ma noi possiamo! I 3/4 della popolazione mondiale lottano ogni giorno per non morire di fame e questo non per la mancanza di prodotti agro-alimentari, ma a causa della loro dispotica distribuzione: il bilancio alimentare del pianeta assicura che c’è di che vivere abbondantemente per una popolazione doppia dell’attuale.Il mondo occidentale è sommerso dalle eccedenze alimentari, mentre il Sud del mondo diventa un enorme “parco scientifico” con cavie umane e coltivazioni sperimentali. Sappiamo bene che la grande sfida che tutti i sistemi politici e i governi di tutto il mondo devono affrontare è quella di riuscire a vivere su questa Terra con un numero di esseri umani che ha già oltrepassato i 6 miliardi (e che potrà superare i 10 entro questo secolo), in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere irrimediabilmente i sistemi naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare la capacità che questi sistemi hanno di supportare gli scarti e i rifiuti delle nostre attività produttive.Quindi la priorità della politica e dell’economia dovrebbe essere indirizzata a creare le basi per un nuovo modo di sviluppare le nostre società che sia ecologicamente, economicamente e socialmente meno insostenibile dell’attuale. Lo scienziato Edward Wilson della Harvard University (1999) scrive: "Poche persone osano dubitare che il genere umano si sia creato un problema di dimensioni planetarie. Anche se nessuno lo desiderava, siamo la prima specie ad essere diventata una forza geofisica in grado di alterare il clima della Terra, ruolo precedentemente riservato alla tettonica, alle reazioni cromosferiche e ai cicli glaciali. Dopo il meteorite di dieci chilometri di diametro che 65 milioni di anni fa precipitò nello Yucatan, ponendo fine all’era dei rettili, i più grandi distruttori della vita siamo noi. Con la sovrappopolazione ci siamo creati il pericolo di finire il cibo e l’acqua. Ci attende dunque una scelta molto faustiana: accettare il nostro comportamento corrosivo e rischioso, come prezzo inevitabile della crescita demografica ed economica, oppure fare l’inventario di noi stessi e andare alla ricerca di una nuova etica ambientale". Ogni giorno che passa tutto diventa più difficile. È arrivato veramente il momento di cambiare rotta: è ormai imperativo applicare l’economia ecologica. C'e' una forte correlazione (0.955) tra crescita del WIP (prodotto industriale mondiale, una specie di PIL mondiale) ed emissioni di CO2. Ovvero: un aumento della crescita economica necessita di un aumento del consumo di energia, che e' prodotta per il 95% bruciando combustibili fossili (petrolio e carbone), che determina un aumento di emissione di CO2. Diventa quindi semplice prevedere l'aumento della concentrazione di CO2 sulla base della previsione di crescita economica (in assenza di cambiamenti rilevanti nelle tecniche di produzione di energia, cosa che oggi e' ben lontana): il raddoppio del valore preindustriale (col raggiungimento dei 560 ppvm) e' previsto entro 35 anni. Entro la fine del secolo ventunesimo e' previsto piu' che un quadruplicmento. Inoltre, tra l'emissione in atmosfera di gas serra e il manifestarsi dell'aumento di temperatura intercorrono 50-80 anni, il che vuol dire che il surriscaldamento attuale e' dovuto al CO2 del 1950 (in cui la concentrazione era di circa 315 ppvm). Quindi per le emissioni attuali ci vediamo nel 2050! Inoltre c'è il problema dell'acqua: sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dell'inquinamento, le risorse idriche pro capite negli ultimi trent'anni si sono ridotte del 40 per cento. Gli scienziati avvertono che, intorno al 2020, quando ad abitare la Terra saremo circa 8 miliardi, il numero delle persone senza accesso all'acqua potabile sarà di 3 miliardi. Le soluzioni prospettate finora per far fronte al problema hanno cercato di aumentare l'offerta, piuttosto che di contenere la domanda, rivelandosi però inefficaci. Le grandi dighe sono al centro di dibattiti per gli alti costi umani e ambientali e per la razionalità ecologica, mentre la desalinizzazione, oltre ad avere costi economici proibitivi, presenta forti controindicazioni dal punto di vista ambientale ed energetico. Di fronte al fallimento della tecnica, aumentano le previsioni catastrofiche sulla battaglia planetaria che si scatenerà per l'accesso all'"oro blu" del XXI secolo. Di fronte ai dati allarmanti sullo stato delle risorse idriche del pianeta, la maggior parte degli esperti hanno dichiarato che "le guerre del ventunesimo secolo scoppieranno a causa delle dispute sull'accesso all'acqua". Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d'acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d'acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell'acqua non è potabile. E le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto. Altro dubbio legittimo: a cosa si deve la differenza tra coloni israeliani e popolazione araba che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità d'accesso e di utilizzazione delle risorse idriche? L'accesso alle risorse idriche diventa così fonte di disuguaglianza e tensione, alimentando i problemi legati alla sicurezza: non è un caso se in Israele l'acqua dipende dal Ministero dell'Agricoltura, in Palestina dal Ministero Israeliano della Difesa. Con l'attuazione del progetto Gap, che prevede la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, la Turchia ha due obiettivi: ribadire la sua supremazia rispetto a Siria e Iraq - anche quelli alle prese con progetti idraulici altrettanto imponenti - e controllare militarmente (con la scusa di proteggere i cantieri dagli attentati) i territori dell'Anatolia sudorientale, che da sempre sono roccaforte dei curdi. Alcuni esperti l'hanno definito il più grande avvelenamento di massa della storia: é avvenuto in Bangladesh, dove circa 25 milioni di persone rischiano malattie o in alcuni casi la morte a causa dell'arsenico che ha contaminato l'acqua che bevono, ed è solo la punta dell'iceberg. E' chiaro che, in questo contesto, la proposta di considerare l'acqua come bene economico raro, assegnandole un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla petrolizzazione dell'acqua. La soluzione ai problemi legati alla scarsità idrica in molti casi non si trova nell'acqua, o in costose e discutibili soluzioni tecniche, ma passa per la volontà politica dei dirigenti. Che vuol dire avviare una seria cooperazione a livello regionale e internazionale.

"Non tutti i paesi possono essere all'avanguardia dello sviluppo tecnologico" sostiene Nancy Birdsall, Consulente Speciale per il Rapporto UNDP. "Ma nell'odierno mercato globale basato sulla conoscenza, ogni paese, non importa quanto povero, deve sviluppare la propria capacità di padroneggiare e adattare le tecnologie globali alle necessità locali. Ciò significa investire nell'istruzione secondaria e nella ricerca universitaria e creare incentivi per le società perché addestrino i loro lavoratori." E' chiaro che la globalizzazione è positiva, porta vantaggi, sarebbe da ignoranti (vedi i noglobal) sostenere il contrario. E' chiaro però che, senza regole, diventa dannosa. Il rapporto "Futuro sostenibile", pubblicato da EMI dice, da uno studio sulla Germania: la Germania se vuole sopravvivere nei prossimi 60 anni dovrà essere capace di tagliare l'uso di energie e di prodotti del 90%. Sono queste cose che mi lasciano perplesso. In Kashmir, India e Pakistan non si scontrano perchè, data per assunta la sconfitta di Islamabad, avrebbero entrambi troppo da perdere. Preferiscono vivere in tensione, in modo da continuare ad utilizzare materiale bellico. La guerra aperta, nucleare, porterebbe ad una serie di reazioni a catena devastanti. Esistono quindi situazioni ad alto richio che nessuno pare intenzionato ad affrontare. Manca la discussione! La decisioni più importanti avvengono a Washington, Basilea, Ginevra, Bruxelles, Francoforte e Davos, sede del Word Economic Forum. Le maniferstazioni di Seattle, Genova e Firenze sono una dimostrazione di un animo di insofferenza diffusa. L'ONU parla di "globalizzazione dal volto umano" ma per ora non mette in piedi una global governance: non ne ha i mezzi o non vuole. Esistono grosse logiche governative: Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale, Banca per i regolamenti internazionale, Organizzazione mondiale per il commercio, Commissione Europea, le stesse Nazioni Unite. Partiamo da questo, partiamo da qualcosa che c'è.

Di elementi ne abbiamo portati abbastanza per descrivere una situazione attuale fatta di tensioni sociali tra stati, a volte dettati dalla storia, e all'interno degli stessi stati; tensioni tra classi sociali di uno stato e di stati differenti. Miseria, fame, povertà. Eppoi morte, guerra. Ci sono più di 50 guerre al mondo, pensate a quanta gente muore ingiustamente. Eppoi la prospettiva futura di risorse energetiche e alimentari in calo, scarsità idrica, bisogni di rilancio dell'industria bellica; e tanti altri. Tutti avevano un fattore comune, una causa principale scatenante: l'economia globale de-regolamentata. E' ora di dire basta. E' ora che apriamo gli occhi perché nessuna logica economica, nessun imprenditore garantirà mai la salute dei cittadini, il rispetto dell'ambiente, la giustizia se non forzatamente. Non aspettiamo il momento in cui si renderà necessaria una guerra per fini economici, non aspettiamo il momento in cui i poveri e i sottosalariati si ribelleranno a queste logiche di mercato, smettiamo di armare i nostri nemici per poi attaccarli, smettiamo di uccidere la natura perché conveniente anziché investire in nuove tecnologie, smettiamo di sostenere le multinazionali autrici di crimini non puniti contro l'umanità, impariamo dalla storia a dibattere le diatribe ad un tavolo e non su campi di battaglia. Bisogna fare qualcosa. La Global Governance dovrebbe, in primo luogo, ridurre gli squilibri tra economia finanziaria e quella reale, ridurre le diseguaglianze internazionali e nazionali, assicurare una reale concorrenza tra le imprese, migliorare gli sviluppi qualitativi degli stati, promuovere lo sviluppo locale, proteggere un ambiente salubre, annullare ogni guerra presente e futura. Facciamo tutto il possibile per promuovere i nostri ideali. Agiamo. Perché le parole servono a rendere informazione ma le azioni sono quelle che contano. Non bisogna avere paura, non bisogna rimanere indifferenti. Questi sono problemi nostri. Diamo tutti noi stessi per affrontarli. Perché la vita è bella ed è un grande dono se la si vive fino in fondo.

N.B.: alcuni tratti ed acuni dati sono stati presi dal libro "Globalizzazione e disuguaglianze" di Luciano Gallino [Editori Laterza]; altre fonti di dati derivano da numerosi siti Internet qui non nominati perché se ne é persa la fonte: se riconoscete delle sequenze che vi appartengono saremmo grati che ci fossero segnalate, in modo da potervi citare.
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