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mercoledì 10 dicembre 2003
Palestina: voglia di pace
Da Andrea @ 0.00 :: 246 Visite :: 1 Commenti :: :: Mondo
 

«Loro dicono che hanno bisogno di dire basta, cominciare un’altra epoca,dimenticare quello che c’è stato»

Immagine: Suor Rosalba da Roma intervistata




Ebrei e Palestinesi: due popoli in una terra. In decenni solo il sangue della lotta fratricida ha scandito i rapporti tra questi popoli. Entrambi reclamano la propria terra, entrambi portano le loro ragioni, entrambi seminano violenza ed odio raccogliendo violenza ed odio. E la catena non si interrompe.
Suor Rosalba da Roma è testimone di questa cruda realtà: conosce a fondo la situazione, frequenta dei palestinesi giunti in Italia, ha avuto modo di conoscere i popoli prima ancora che i politici che li rappresentano. Ci presentiamo a lei ricordando le parole di Carlo Maria Martini che, tornato da Gerusalemme, esortava a “vedere la sofferenza del nemico” (vedi l’omonimo articolo pubblicato su questo sito a settembre), interrompendo la spirale dell’odio che grava nei cuori della gente da troppi decenni: “dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace”. Quindi cominciamo subito con le domande.

Secondo lei per i due popoli - per cultura, per modo di vivere – è fattibile capire l’altro popolo e quindi saper perdonare le colpe del passato?
«Credo che bisogna distinguere dal livello della gente comune e quello di chi gestisce il potere perché io sono rimasta molto impressionata da un episodio – è successo circa un anno fa – che una bambina israeliana è caduta in un corso d’acqua e un palestinese è passato, si è buttato e l’ha salvata. Però lui è morto. A livello di gente comune, uno non sta a vedere di che colore è o non è. Che quella era ebrea, lui lo sapeva perché sembra che sia facile distinguersi perché sono obbligati a vestirsi in un certo modo. La famiglia della bambina sapeva che questo ragazzo era un palestinese, credo che fosse islamico: tra le due famiglie è nata amicizia dopo questo episodio. Qualche tempo fa, non molto, è stato pubblicato dalle edizioni paoline un libro di un’insegnante cristiana che nella sua scuola ha bambini palestinesi – anche cristiani – e bambini ebrei ed è riuscita ad organizzare a livello educativo una vera comunità, anche con le famiglie; lei diceva che se nell’educazione noi portiamo avanti una testimonianza e questi principi fondamentali di pace e di fraternità, le persone li recepiscono.»

Rimane quindi la questione politica. La prima domanda che mi viene è: Arafat è un uomo “per bene” o è un uomo del terrorismo?
«Non riesco ad avere le idee chiare su questo: non lo so. Non lo so perché il gioco politico, sia di Sharon, sia di Arafat, sia del predecessore di Sharon[Ehud Barak, nda], ha degli interessi – che io dico di tipo politico ma vorrei dire politico nel senso “della città” invece qui è proprio la parola “politica” nel senso di certi altri interessi che nascondono anche desideri di preponderanza economica e preponderanza di potere – che appanna il rapporto con la gente. E non capisco bene io: sono persone oneste? Come sono? Non lo so dire. Da come parlano sembrano onesti, però dopo, quando si tratta di costruire, non esce fuori niente. Ma può essere che la vita della gente non vale il mettersi d’accordo? Qui sono vite che si perdono giorno per giorno ma sono tante! A me basta che mi tolgono la vita per avermi tolto qualche cosa: io ne ho una, quando mi hai tolto quella non ho più niente. E così per ognuna di quelle persone che spariscono. E quindi su questo io non saprei dare un giudizio, io non saprei cosa dirgli a questa gente, solo che non riesco a capire come per loro il valore della vita non supera qualsiasi altro valore perché se loro riescono a portare avanti un discorso e il prezzo è vita della gente, vuol dire che secondo loro di valori precedenti alla vita ce ne sono altri. E io qui non ci capisco più, non combina più con il mio modo di vedere. Non lo so come si fa a fare un discorso serio con i politici in modo da fare veramente il bene della gente.»

Due popoli in una terra: secondo lei è giusta, come è stata la politica dell’ONU dalla divisione in zone ad oggi, la divisione dei due popoli – divisione che adesso va a sfociare anche in un muro che vogliono costruire gli stessi israeliani – o potrebbe essere fattibile una politica di unione, di coesistenza fra due popoli? Per esempio penso alla stessa Italia che, in tempi diversi, è stata l’unione di popoli diversi. E’ fattibile la strada dell’unione o è giusta la strada della divisione, a volte anche con muri?
«Non so rispondere bene perché lì la situazione è complessa. Noi in Italia, se ci rifacciamo alla Storia, i popoli si sono fusi attraverso le invasioni barbariche, per esempio. La situazione palestinese: gli ebrei la reclamano perché dicono che secondo la Bibbia quella era una terra loro; i palestinesi dicono “noi ci siamo nati, siamo figli di gente che c’è nata”. E questo dura da millenni. Quindi loro vedono gli ebrei – che vengono da tante zone diverse – come persone che hanno occupato la loro terra; ma quando gli ebrei sono arrivati lì, venivano dalla Mesopotamia, noi sappiamo la storia dalla Bibbia – è un racconto simbolico – però, in effetti, sono andati ad occupare una terra in cui c’era qualcun altro. Lo sviluppo umano è stato attraverso le grandi migrazioni, è una cosa comprensibile. Noi adesso ci troviamo in una cosa forzata che si è verificata negli anni ’40, fine della seconda guerra mondiale, in cui si è voluto ritagliare un territorio che però poi si è allargato, scansando questa gente che sono diventati, improvvisamente, dei poveracci che dentro casa loro non era casa loro. Io non so dire come veramente sia perché la cosa è complessa sia per gli ebrei che per i palestinesi. Un giorno, in una discussione, io dicevo che in effetti arrivano questi altri che dicono “noi siamo il popolo ebraico che si ricostruisce quindi voi scansatevi, andatevene via” e l’altro dice “scusate, ma dove devo andare?”: quando ho detto questa cosa, mi hanno detto che non è così la cosa, che è molto più complessa perché ci sono state delle lotte precedenti, c’è stata la divisione, per esempio, con la caduta dell’impero turco, con la nascita della Siria, dell’Iraq, del Libano,… che è stata fatta a tavolino dalle potenze che hanno vinto la prima guerra mondiale, in particolare chi aveva le colonie cioè l’Inghilterra, che si è presa una parte dell’Iraq, e la Francia che gestiva il Libano. Poi, a un certo punto, questa eredità pesava e hanno deciso di renderle indipendenti e hanno fatto un protettorato, con grande rabbia delle popolazioni che stavano là che consideravano gli europei superiori ma li consideravano sempre degli oppressori, degli invasori. Quindi forse è da lì che comincia, dalla caduta dell’impero turco, questo problema palestinese, il problema mediorientale praticamente: è una polveriera che continuamente erutta e non si riesce a fermare. E sotto ci sono degli interessi delle grosse potenze, di gente che per maggior arricchimento – di poche persone – fa a propria misura il resto del mondo. A me da questa idea.»

Però sulla divisione, su questo scontro, abbiamo da una parte una nazione come Israele, superprotetta dagli Stati Uniti può quindi permettersi di tutto, dall’altra abbiamo la Palestina (OLP) che si trova in una situazione simile ad altri stati arabi. Dietro alla Palestina, chi c’è? C’è il terrorismo?, c’è una congregazione di stati arabi?, come può un paese così fronteggiare un paese come Israele? Alla fin fine stiamo parlando di due popoli che, comunque, è decenni che vanno avanti…
«Con forme di tipo terroristico. Perché secondo loro Israele è l’oppressore, è l’invasore però essendo più deboli loro fanno questo stillicidio… che poi sta continuando anche in Iraq, è la stessa tecnica. Che loro abbiano questa impressione di avere un invasore da cacciare e lo fanno con le tecniche del povero perché non hanno mezzi grossi, quindi fanno questo stillicidio, che uno non sa come difendersi. Finché noi andiamo su questa scia di sangue, noi non riusciremo mai a trovar la pace, questo è un dato di fatto. Quando domandavo del problema dell’Iraq, se doveva esserci questa guerra o no, a me ha dato l’impressione di rappresentare l’esasperazione degli iracheni che vivevano sotto una dittatura. E’ come se ci si aspettasse da un intervento “violento” di guerra, una liberazione. E io ricordo di aver detto “ma come può essere che da una violenza possa nascere il benessere, la pace”. E l’impressione che ho ricevuto è che la violenza subita era talmente forte che qualsiasi altra cosa succedesse non poteva che essere meglio del… peggio che sembrava avere in quel momento. Una quindicina di giorni fa, io ho ripreso l’argomento e non ho potuto portarlo avanti perché ho visto la sofferenza di chi mi stava davanti era forte; però a un certo momento gli è scappata la frase “non era questo che ci aspettavamo”. E io non ho potuto fare a meno di dire “ma come può nascere la pace da una guerra, da una violenza, dal versamento del sangue del fratello?”. Chiunque è portato, se non ha una forte formazione cristiana, a dire “mi hanno tolto la cosa più cara, mi vendico”. Quindi io vedo questo dramma in questa gente. L’unica cosa che può riuscire a superare questa spirale di violenza che dura da anni è, secondo me, proprio quello che ha fatto quella maestra che dicevo all’inizio o quel ragazzo che ha dato la vita per una persona che nemmeno conosceva e che nella sua cultura era rappresentante di un nemico: bisogna capillarmente costruire a livello di rapporti umani una cultura di pace. Questo poi, irradiandosi, fa cambiare anche la gestione del potere da parte dei politici. Per me questa è l’unica strada, se non si riesce a battere su questo… Sembra facile dire “io batto su quelle tre persone che hanno il potere in mano e quelli poi trascinano tutti gli altri”... sembra facile, ma secondo me è molto più difficile perché su quelli… la conversione del cuore è solo opera di Dio.»

Cerchiamo di tornare, dopo aver affrontato l’argomento politico, ad un argomento più sociale. Secondo lei, quindi, c’è questa scissione tra quello che pensano e fanno gli uomini politici e quello che pensa la gente: da entrambe le parti (sia Palestina che Israele) oppure in Israele il governo rappresenta un po’ di più la volontà del popolo?
«Ho l’impressione che la gente che ha bisogno di pace, che si è stufata di vivere in questa tensione, sia molta di più di quella che si percepisce attraverso i telegiornali e i giornali. Perché ogni tanto ho letto in alcune pubblicazioni, alcuni giornali che c’è quest’ansia di pace. Quando ho incontrato quella suora nostra che lavora a Betlemme, dice “noi lavoriamo soprattutto con i Palestinesi, perché lavorando con i poveri ci troviamo come vittime soprattutto palestinesi”. Le madri nubili, sono palestinesi. C’è anche qualche persona ebrea tra le persone che loro assistono, però sono poche rispetto alla maggioranza. E dice “noi vediamo che fra tutti questi che conosciamo, sono amici nostri, non c’è ansia di pace, c’è bisogno di pace. C’è un po’ di sentimento di vendetta però sapendolo coltivare, lavorando nel nostro ambiente, loro dicono che hanno bisogno di dire basta, cominciare un’altra epoca, un’altra cosa, dimenticare quello che c’è stato”. Queste sono le madri di famiglia, sono persone malate, sono persone vittime di violenza che frequentano la casa delle suore. Quindi io credo che la maggioranza delle persone comuni sono queste che desiderano un comportamento diverso; e bisogna cominciare da loro.»

Quindi, secondo lei è fattibile, e come sarebbe fattibile, una presenza con delle comunità (da parte nostra, gente che vuol fare del volontariato, gente che vuole aiutare questi popoli) in cui cerchiamo di mettere insieme sia palestinesi sia ebrei in un dialogo comune? E’ fattibile e, se si, come sarebbe fattibile riuscire a parlargli e a far sorgere in loro un sentimento di fratellanza, un… “dimenticare” gli odi e le violenze subite in passato e capire l’altra persona e poter vivere in comunità assieme?
«Sto cercando di vedere delle persone davanti a me che sono state colpite e martoriate da questa esperienza durissima che stanno facendo sia sulla carne loro, sia su quella dei loro famigliari. Ognuna di queste persone porta dentro di se, negli anni , un’esperienza migliore. E’ molto difficile fare un discorso semplicistico di dire “si può andare lì a parlare”. Io so che esiste un villaggio formato da un padre domenicano palestinese – morto due anni fa – che era un villaggio misto di palestinesi ed ebrei, un’esperienza bella di condivisione di vita. Ora i particolari non me li ricordo, però ogni tanto – le parlavo di quell’insegnante, ora mi viene in mente questo villaggio – cioè, c’è qualche sprazzo di pace, di inizio di pace, di possibilità. Da parte nostra, per esempio, noi che viviamo nei nostri paesi abbastanza tranquilli, con qualche sprazzo di violenza quando ci sono i cortei disordinati tipo Genova però non abbiamo una vera esperienza di quello che passa questa gente quotidianamente…»
…beh, la nostra ultima esperienza simile può essere quella dei partigiani…
«Si, però quest’esperienza chi l’ha vissuta? Lo sappiamo per sentito dire…»
…i nostri padri, i nostri nonni…
«… che ce l’hanno raccontata perché l’hanno fatta ma qualcuno per sentito dire pure lui. Per seconda/terza generazione. E poi è durata 6 anni di guerra, questi sono cinquantenni di guerra. E’ una cosa allucinante. Ecco, però, io credo che dovrebbe essere possibile – qualcuno dovrebbe averlo fatto tipo i “beati costruttori di pace” o qualche iniziative del genere o “pax cristi” – fare dei piccoli gruppi motivati di gente abbastanza giovane per poter andare a condividere un periodo in Palestina, dalla parte dove sono i più poveri – oppure vedere lì sul posto, mettersi d’accordo con qualche organizzazione del posto che potrebbe essere la diocesi – andare come gruppo a dire “noi vogliamo stare una settimana con voi perché siamo attenti ai vostri problemi, forse non capiamo niente, però vogliamo che voi sapete che noi siamo persone che siamo fratelli lontani e vogliamo vivere almeno qualche giorno con voi per dirvi che vi siamo vicini”. Cominciando da questo potrebbe essere qualche cosa che riaccende la speranza. Loro stessi devono trovare la loro forma di superamento dei problemi, attraverso la via della pace che è lunghissima però è l’unica che può essere eseguita. La guerra non accorcia la strada, è inutile. Tutti pensano che ammazzando le persone che danno fastidio ci si crea la pace: è un’utopia di millenni di storia ma è una cosa assurda. A me ha fatto molta impressione una testimonianza che c’è stata al tempo della guerra in Iraq, quei periodi là, ed era in Israele, quando volevano abbattere delle case di palestinesi perché supponevano che dentro ci fossero dei terroristi: un ragazzo si è messo lì sulla porta ed è stato falciato da questi demolitori. Hanno detto “scansatevi” ma lui voleva dire che non si doveva usare questa violenza e quindi è morto insieme alla casa abbattuta. E quello è stato un segno – uno dice “quello ha dato la vita, adesso non può fare più niente” – però per la gente di là è stato un segno di attenzione di una persona straniera che non poteva fare niente e allora si è messo davanti… Adesso io non dico che quello sia l’unico sistema per far capire – tanto più che non hanno capito niente quelli con i carri armati – però è stata una testimonianza che può valere il fatto che bisogna stare attenti a certi problemi. Questo ha lasciato la vita, forse sperava che qualcuno rispettava almeno la vita sua.»
Forse sperava che come a Tienanmen… qualcosa cambiò poi.
«Sapeva però che rischiava la vita facendo questo e lo ha fatto lo stesso. Nella memoria delle persone rimane anche se non è una cosa che si può continuare a fare all’infinito. Loro sono molto sensibili all’attenzione da parte di chi sta nei paesi occidentali. Perché il paese occidentale per loro rappresenta il paese della gente comoda che fa solo gli affari suoi e non gli importa niente degli altri, che non conoscono la sofferenza.»
Commenti
Da gbugatti @ mercoledì 10 dicembre 2003 0.00
complimenti per l'impegno di trascrizione manuale!

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