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giovedì 30 agosto 2007
La mia Utopia politica
Da Andrea @ 0.00 :: 314 Visite :: 1 Commenti :: :: Politica
 

Immagine: L'isola di Utopia di Tommaso Moro(From it.wikipedia.org)




«Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela.» (Oscar Wilde)
Dicesi utopia la concezione immaginaria di un governo o di una società ideali (dal greco ou “non” e topos “luogo” ossia “luogo che non esiste"). Il termine è stato coniato da Tommaso Moro che pubblicò L'Utopìa (1516), un racconto in cui è descritta un'immaginaria isola-regno abitata da una società ideale.
Dicesi politica (dal greco polis "città") ciò che attiene alla città o, secondo l'evoluzione del termine, l'arte di governare le società, che si applica tanto alla attività di coloro che si trovano a governare, quanto al confronto ideale finalizzato all'accesso all'attività di governo o di opposizione. «L'uomo è per natura un animale politico» diceva Aristotele.
La mia Utopia politica vuole rappresentare in breve il sistema politico ideale per il governo di un Paese, del nostro in particolare, a partire dalla forma di governo, per passare dalla rappresentanza partitica e dai sistemi per l'elezione dei rappresentanti.


IL SISTEMA POLITICO
Il sistema politico è l'oggetto di studio dell'approccio sistemico alla politica, che si contrappone all'approccio statalista perché non pone lo Stato come soggetto della politica ma "la politica com'è", i suoi rapporti e relazioni. Secondo un'analisi effettuata con dati del 2001 su 237 stati sovrani (fonte http://www.geocities.com/francesco.chirico/), al mondo abbiamo 131 democrazie (tutte pluraliste), 62 democrazie in transizione (55 emergenti, 7 limitate) e 32 regimi autoritari (8 militari, 5 a partito unico, 4 coranici). Le forme democratiche più diffuse sono la Repubblica Presidenziale (la più diffusa, specie tra le democrazie emergenti) come gli USA e la Russia, la Repubblica Parlamentare (es. l'Italia e la Germania) e la Monarchia Costituzionale Parlamentare (es. il Regno Unito e il Giappone). Altri esempi illustri sono dati dalla Francia (Repubblica semipresidenziale) e dalla Cina (Repubblica popolare classificata come Regime a partito unico).

La democrazia, ormai largamente condiviso, è, nelle sue varie forme, la miglior forma di governo: si basa sull'uguaglianza e sulla libertà di tutti i cittadini e fa risiedere la sovranità nel popolo. Ancor più che il politico inteso come uomo-rappresentante, elemento cardine di una democrazia è l'insieme dei partiti politici. Rifacendoci alla classificazione di Giovanni Sartori dei sistemi partitici in ambito democratico e alla distinzione classica proposta da Maurice Duverger, possiamo suddividere i sistemi come segue:
Sistema monopartitico o a partito unico predominante: un partito unico donima ininterrottamente la scena; in questo contesto, anche una forma di governo apparentemente democratica non può definirsi tale, diventando di facto un regime autoritario.
Sistema bipartitico o bipolare: due partiti o due coalizioni si alternano al potere; in caso di bipolarismo, il numero di partiti non può essere superiore a cinque; è garantita molta efficienza grazie alla stabilità del governo e, in casi di presidenzialismo, all'elezione diretta del premier. La polarizzazione ideologica è scarsa, la competizione tende ad essere centripeta ove si presume che vi sia il maggior numero di elettori fluttuanti.
Sistema multipartitico: numero di partiti superiore a cinque, coalizioni spesso eterogenee e instabili, un centro stabilmente al governo e una doppia opposizione che non potrebbe mai unificarsi, presenza di partiti estremisti e di partiti antisistemici, tendenza centrifuga. In questo sistema emergono opposizioni irresponsabili a causa della tendenza a fare promesse che non si possono mantenere da parte di quei partiti d’opposizione che non potranno mai salire al governo; essendo costretto a restare al governo, il partito di centro avrà anch’esso scarsa responsabilità democratica.

E' corretto, però, effettuare una valutazione sulla base dei soli "partiti che contano", ossia quelli che hanno un potenziale di coalizione o di ricatto: l'utilità di un partito all’interno della compagine governativa così come la disponibilità di voti, di rappresentanza di interessi o di seggi parlamentari in misura tale da condizionare le decisioni governative. Diversi indici sono stati creati a tale scopo, il più famoso è l'indice di diversità di Laakso-Taagepera, ma l'interpretazione dei loro valori è spesso dubbia.
E' altresì necessario distinguere altre due variabili di un sistema politico: l'accentramento, ossia l'attribuzione delle più importanti funzioni di decisione e controllo agli organi centrali dello stato, riconoscendo competenze limitate a quelli dell’autonomia locale (ne è un esempio l'Italia dall’unità al fascismo, in contrapposizione con il decentramento previsto dalla costituzione repubblicana vigente); il presidenzialismo, in cui il capo dello stato è anche capo del governo o comunque dispone di poteri esecutivi determinanti. In Italia definito anche Premierato (dall'inglese premier), è spesso legato ad una diretta investitura popolare.

Nella recente storia italiana, con la "Bicamerale" la proposta del premierato venne contenuta nella cosiddetta "bozza Salvi". Essa prevedeva l'elezione diretta del primo ministro, il suo "rapporto fiduciario" con la sola Camera e lo scioglimento della Camera stessa in caso di approvazione di una mozione di sfiducia. Il primo ministro, inoltre, aveva il potere di nomina e revoca dei ministri, anche se ufficialmente spettante al presidente della Repubblica, e poteva proporre a quest'ultimo lo scioglimento delle Camere. Al premierato, la Commissione preferì il semipresidenzialismo, prima che l'intero progetto si "arenasse" in Parlamento. Durante la XIV legislatura, la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo Berlusconi approvò un disegno di legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" che, nella parte riguardante la forma di governo statale, adottava proprio il premierato. In questa versione, l'elezione diretta del primo ministro era prevista soltanto secondo modalità stabilite dalla legge e non escludeva la nomina da parte del presidente della Repubblica. Il primo ministro, inoltre, nominava e revocava i ministri, senza la necessità di decreti presidenziali, e poteva proporre lo scioglimento della Camera dei deputati. Quest'ultima versione del premierato, unita al resto della riforma, è stata bocciata dagli elettori durante il referendum costituzionale del 2006.


I PARTITI
Ma come nasce un partito? I partiti nascono nel momento dell’affermazione della democrazia e quindi quando il governo diventa responsabile verso il voto degli elettori. Prendendo spunto dalle teorie di Stein Rokkan e di Maurice Duverger, i partiti possono nascere da fratture sociali (le principali possono essere centro/periferia; Stato/Chiesa; interessi agrari/industriali; datori di lavoro/lavoratori) o politiche; oppure i partiti possono nascere in parlamento, come unione di parlamentari precedentemente eletti che poi si sottopongono all'elettorato. In generale, rifacendosi a Francesco Alberoni, lo "status nascenti" è identificabile in un movimento, ossia in un comportamento collettivo cooperativo emotivo dai ruoli non ancora ben definiti; focalizzato sull'obiettivo e sul suo conseguimento, il movimento in ambito politico può diventare partito strutturandosi.
Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali della gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L'attività del partito politico si esplica nello spazio della vita pubblica e, nelle democrazie rappresentative, ha per ambito prevalente quello elettorale.

I partiti politici si distinguono generalmente in partiti di centro, destra e sinistra. Questa distinzione trova la sua origine nella collocazione dei deputati negli emicicli parlamentari. Già dal tempo della Rivoluzione francese, il centro era sinonimo di "moderazione", la destra di "conservazione" e la sinistra di "progresso" (poi diventata anche culla del riformismo). Nuovi partiti e il movimento di quelli esistenti generano mutazioni al quadro politico. Tuttavia, ad oggi, possiamo identificare le seguenti connotazioni partitiche: partendo da destra, abbiamo p.militari, p.autoritari, p.monarchici, p.nazionalisti, tutti in forme ormai ridotte nelle moderne democrazie; spostandoci sul centro-destra, troviamo p.conservatori e, spostandoci più verso il centro, p.liberalisti (anche se quest'ultimi, in alcuni stati, sono "rimbalzati" a sinistra); arrivando al centro, troviamo p.popolari e p.cristiano-democratici anche se questa zona è fortemente variabile da Paese in Paese e molto influenzata dall'eventuale tradizione cattolica del Paese; cominciando ad andare a sinistra, abbiamo p.social-democratici, più a sinistra ancora p.socialisti e, arrivando all'estrema sinistra, abbiamo p.comunisti e anarchici. Si collocano in posizioni diverse a seconda del Paese, i p.ambientalisti (verdi), p.autonomisti (federalisti, etnici, separatisti, indipendentisti), p. a singolo tema (agrari, contadini, femministi, antieuro, religiosi) e posizioni apartitiche o indipendenti. Più in generale, possiamo identificare i cinque macro-gruppi sulla base delle internazionali partitiche più grosse esistenti. Seguendo la stessa direzione, partiamo da destra con l'Internazionale dei conservatori, l'Internazionale liberale, al centro con l'Internazionale Democratico-Cristiana, per poi spingersi a sinistra con l'Internazionale Socialista e l'Internazionale Comunista.

L'Italia si caratterizza per la presenza di un numero decisamente elevato di partiti (120) che, in virtù delle leggi elettorali vigenti, si sono più volte aggregati in coalizioni simili. Alle elezioni politiche del 2006, si sono presentate due coalizioni: L'Unione (centro-sinistra, leader R.Prodi), formata principalmente da partiti riformisti e socialdemocratici, in minor parte dalla cosiddetta sinistra radicale; Casa delle Libertà (centro-destra, leader S.Berlusconi), formata da centristi moderati, destra conservatrice, nazionalista e federalista e con una componente di liberismo. L'Unione contempla (in ordine di consensi ottenuti): L'Ulivo (Democratici di Sinistra e La Margherita), Rifondazione Comunista, Rosa nel Pugno (Socialisti Democratici Italiani e Radicali Italiani), Comunisti Italiani, Italia dei Valori, Federazione dei Verdi, Popolari UDEUR. La Casa delle Libertà, invece, sempre in ordine: Forza Italia, Alleanza Nazionale, UDC, Lega Nord - Movimento per l'Autonomia, Democrazia Cristiana per le Autonomie - Nuovo PSI. La Storia italiana, invece, fortemente scossa dal fenomeno di Tangentopoli di inizio anni '90, vede sette partiti di spicco: Democrazia Cristiana, Movimento Sociale Italiano, Partito Comunista Italiano, Partito Liberale Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Socialista Italiano.


IL SISTEMA ELETTORALE
Fondamentale elemento che determina la dinamica dei partiti in un sistema politico è il sistema elettorale utilizzato. Un sistema elettorale è un metodo di attribuzione dei seggi nelle assemblee elettive, ossia l'insieme di norme che regolano il processo attraverso il quale le preferenze sono trasformate in voti e i voti in ruoli di autorità (seggi). I due principali tipi adottati sono quello maggioritario e quello proporzionale, anche se sono diffusi numerosi sistemi ibridi.

Il sistema maggioritario è quello che ha accompagnato le prime forme di rappresentanza politica diretta fin dal Settecento. Può essere applicato con collegio uninominale, il più diffuso, dove viene eletto il candidato che ottiene la maggioranza nel proprio collegio; raramente è applicato con contrapposizione di lista, dove alla lista che ottiene il maggior numero di voti viene attribuita una percentuale dei seggi nettamente maggioritaria (2/3 dei seggi) o un certo numero di seggi in più (premio di maggioranza) di quelli che le spetterebbero proporzionalmente.
A seconda del tipo di maggioranza necessaria alla vittoria del collegio, esistono due tipi si sistemi maggioritari: a maggioranza relativa, che assegna la vittoria a chi ottiene almeno un voto in più degli altri, indipendentemente dalla percentuale risultante; a maggioranza assoluta (50%+1), dove in caso di non raggiungimento della soglia si procede al ballottaggio (doppio turno) al quale accedono i primi "x" candidati del primo turno (solitamente i primi due) o, più raramente, i candidati che abbiano superato una certa soglia al primo turno.
Nel caso di un sistema partitico stabile e ben consolidato si avrà un effetto spontaneo di riduzione dei candidati secondo un fattore meccanico (una sistematica sotto-rappresentanza del terzo partito) o un fattore psicologico (una tendenza naturale degli elettori al voto strategico in caso di evidente incapacità o impossibilità di vittoria del candidato preferito, per il quale si sarebbe espresso un voto sincero).
Nel doppio turno chiuso, ossia dove l'accesso al secondo turno è limitato ai primi due candidati del primo, si ha una notevole riduzione della frammentazione partitica, con la necessità quasi imperativa di alleanze preventive e l’inevitabile emarginazione dei partiti ininfluenti e dei partiti anti-sistema, collocati, cioè, agli estremi del continuum destra-sinistra. Nel doppio turno aperto, invece, si può avere la desistenza strategica di candidati e partiti per favorire altri candidati di altri partiti, con più possibilità di vincere e meno sgraditi, e per favorire la formazione di potenziali alleanze di governo. Il sistema maggioritario a doppio turno incoraggia l’elettore a esprimere un voto sincero al primo turno, ma tale voto può restare sincero qualora il candidato preferito si possa ripresentare in sede di ballottaggio, mentre dovrà diventare voto strategico nel caso in cui l’elettore si trovi privo del candidato preferito al ballottaggio.
La particolarità del sistema elettorale maggioritario – specie di quello basato sulla maggioranza relativa – è quella di distorcere la rappresentatività aumentando la vittoria in termini di seggi del primo partito o coalizione a danno relativo del secondo e a gravissimo danno del terzo partito. Ovviamente, per i partiti, con questo sistema elettorale, è più importante vincere di misura in più collegi possibili che non vincere in pochi collegi con alta maggioranza.
All'interno dei sistemi maggioritari poi, quelli a doppio turno tendono a premiare i partiti di centro (che al secondo turno hanno più possibilità di attrarre voti dall'avversario), mentre quelli a turno unico favoriscono invece formazioni ideologicamente più schierate.
Riassumendo, il sistema maggioritario riduce la rappresentatività delle minoranze ma eleva la governabilità; offre un rapporto diretto tra elettorato ed eletti, con i partiti spinti a coalizzarsi e ad esporre un leader che sarà guida del governo. I contrari a questo sistema, criticano la scarsa rappresentanza delle minoranze e la possibilità dell'instaurarsi della cosiddetta "dittatura della maggioranza", dato il potere consegnato alla coalizione vincente. Un partito piccolo ma fortemente concentrato sul territorio, però, può non solo uscire indenne da un'elezione maggioritaria, ma anzi al contrario rafforzato, ottenendo fino al monopolio della rappresentanza politica nelle regioni in cui esso è particolarmente radicato. Secondo la legge di Duverger, un sistema maggioritario a turno unico tende al bipolarismo.

Passiamo al sistema proporzionale. Esso fu introdotto nel corso del Novecento su spinta delle grandi formazioni politiche di massa, quelle centriste popolari, e quelle di sinistra socialiste. I seggi vengono distribuiti in modo direttamente proporzionale al numero di voti ricevuti da ciascuna lista nel collegio. Vi sono metodi diversi di gestione dei "resti": senza scendere in troppi tecnicismi che esulano dallo scopo, le differenze si basano semplicemente su come avviene la divisione dei seggi sulla base dei voti e su come assegnare il "resto". Tipicamente, i seggi non attribuiti, e le quote di voti non utilizzate (resti), confluiscono in collegi superiori (regionale, nazionale), dove viene effettuata una ulteriore attribuzione. In qualche caso viene posta una soglia di sbarramento che, impedendo l’accesso all’attribuzione dei seggi alle liste che non la superano, favorisce i partiti maggiori.
Il sistema proporzionale garantisce la massima rappresentatività formale a ogni posizione politica ma, favorendo la frammentazione degli schieramenti, impone la formazione di coalizioni di governo non sempre stabili. Esso inoltre elimina ogni rapporto diretto tra elettorato ed eletti, aumentando il potere dei partiti politici. Causando una tendenza al frazionamento dei partiti (che si riuniscono solo successivamente alle elezioni in complesse coalizioni parlamentari con divergenze programmatiche talvolta forti), si determinano gravi instabilità dei governi stessi (i partiti minori possono "ricattare politicamente" la coalizione stessa, paventando la possibilità di aprire una crisi se non assecondati nelle loro richieste).
Il sistema proporzionale può prevedere o no la possibilità per l'elettore di esprimere una o più preferenze per un candidato all'interno della lista votata. In questo caso, vengono eletti nell'ambito di ogni lista i candidati che hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze. Se invece non è previsto il voto di preferenza, i candidati vengono scelti secondo l'ordine in cui compaiono in lista: si parla in questo caso di "liste bloccate". Il voto di preferenza offre più scelta per l'elettore ma la campagna elettorale che deve sostenere il candidato è più onerosa, aumentando i costi della politica e i potenziali fenomeni di corruzione.
Anche sulle modalità di indicazione della persona prescelta ci sono due possibilità: spuntare il nome in una lista dei candidati prestampata sulla scheda elettorale; oppure scrivere il nominativo per esteso. Questa seconda modalità è soggetta a una maggiore discrezionalità dei presidenti di seggio, che possono stabilire se sono valide o meno le schede che non riportano interamente nome e cognome, le iniziali o diverse abbreviazioni, oppure parole aggiuntive che non fanno parte del nome del candidato, favorendo così il fenomeno dei "brogli elettorali". Risulta anche adatto per il controllo del voto: il voto è anonimo, ma l'elettore può accordarsi su come scrivere il nominativo, causando così la riconoscibilità del voto.
Riassumendo, nei sistemi proporzionali si ha diretta corrispondenza percentuale tra voti ottenuti dai partiti e seggi attribuiti ai partiti stessi. Si ha una maggior frammentazione partitica, ostacolata solo in parte da misure come le soglie di sbarramento. Le coalizioni che nascono solo dopo l'elezione per poter formare un governo, sono molto eterogenee ed instabili, poste continuamente sotto il veto dei partiti minori che, spesso più radicali, riescono ha ottenere di più dei partiti più rappresentativi ("dittatura della minoranza").

Nascono così i sistemi misti per ovviare agli inconvenienti dei modelli descritti.
L'aspetto negativo del maggioritario è la scarsa rappresentanza e la tutela delle minoranze. Per ovviare a tale problema, il metodo solitamente utilizzato è quello dell'introduzione di quote proporzionali che sottraggano una parte dei seggi in palio alla regola uninominale generale, per attribuirli con meccanismi tipici o similari a quelli proporzionali. Uno dei sistemi applicati in tal senso è quello che prevede il ripescaggio dei migliori perdenti. In tale casistica, i seggi uninominali non sono in numero pari a quelli dell'organo da eleggere, ma inferiore, e i seggi rimanenti vengono ripartiti fra i candidati perdenti, sulla base dei voti residui raccolti dalle liste nazionali o circoscrizionali. Altri sistemi prevedono banalmente una quota di seggi assegnati proporzionalmente ed una con sistema maggioritario, senza che vi sia alcun collegamento fra le due parti. La quota proporzionale può essere anche molto alta, arrivando a coprire fino alla metà dei seggi in palio.
L'aspetto negativo del proporzionale è quello di creare instabilità governativa, con forte potere ai partiti minori e vantaggi risicati da parte delle maggioranze sulle opposizioni. Una limitazione ai partiti minori, si ottiene implicitamente limitando la dimensione delle circoscrizioni elettorali. In questo modo, si riduce il tasso di proporzionalità del sistema, diminuendo le probabilità dei partiti minori di ottenere i pochi seggi disponibili in ciascuna delle succitate circoscrizioni. Esplicitamente, invece, si ottiente con l'applicazione di una clausola di sbarramento, cioè una percentuale minima di voti che il partito deve ottenere per poter entrare in Parlamento. Per, invece, dare più "peso" alle maggioranze, solitamente si applica il premio di maggioranza, ossia una quota variabile di seggi assegnati in regalo alla lista o alla coalizione di liste risultanti prime classificate nella tornata elettorale, qualora non ne abbiano già raggiunto un livello predeterminato. Inoltre questo sistema costringe i partiti a coalizzarsi fin da prima delle elezioni come accade col maggioritario.

In Italia, la costituzione del 1948 sancì l’adozione del sistema proporzionale per tutte le assemblee elettive, tranne che per il senato dove è stato in vigore un sistema formalmente maggioritario ma di fatto proporzionale. Nel 1993, in seguito al referendum che ha modificato in senso maggioritario il sistema elettorale del senato, è stata approvata una riforma in senso maggioritario per entrambi i rami del parlamento. Essa prevedeva l’elezione col sistema uninominale maggioritario del 75% dei parlamentari; il rimanente 25% veniva eletto con il sistema proporzionale; era stata inoltre introdotta, per la camera, una soglia di sbarramento del 4% del totale nazionale dei voti espressi con le schede proporzionali, nonché il meccanismo dello scorporo. Per quanto riguarda le elezioni amministrative, è stata approvata una riforma che stabilisce tra l’altro l’elezione diretta del sindaco e il principio maggioritario nell’elezione del consiglio comunale. Nel 1995 è stato riformato anche il sistema elettorale regionale con una formula mista, proporzionale e maggioritaria. Nel 2005, però, sotto il Governo Berlusconi, si è tornati al modello proporzionale con premio di maggioranza abbastanza complesso. Per la Camera, 12 deputati sono assegnati dalla circoscrizione estero con sistema proporzionale puro; 1 deputato è assegnato dalla regione Valle D'Aosta con sistema maggioritario; nelle restanti 19 regioni, ogni coalizione deve ottenere almeno il 10% dei voti e almeno un partito di questa il 2% mentre per i partiti non coalizzati la soglia è al 4%; per chi ottiene la maggioranza relativa, scatta un premio che prevede l'assegnazione di 340 seggi. Per il Senato, 6 deputati sono assegnati dalla circoscrizione estero con sistema proporzionale puro; Valle D'Aosta e Trentino Alto Adige eleggono i propri senatori col sistema maggioritario; nelle restanti 18 regioni, l'elezione avviene con sistema proporzionale su base regionale, ad eccezione del Molise che ha comunque 2 senatori; ogni coalizione deve ottenere almeno il 20% dei voti e almeno un partito di questa il 3% mentre per i partiti non coalizzati la soglia è all' 8%. Il premio di maggioranza è assegnato su base regionale assegnando il 55% dei seggi. Non è prevista l'indicazione di preferenza all'interno dei partiti votati, procedendo secondo liste bloccate. Questo sistema, non garantisce né la rappresentatività, potendo il Senato non fotografare la volontà elettorale, né la governabilità, potendosi creare maggioranze differenti nei due rami del parlamento.

Le modalità di voto sono modificabili con una legge ordinaria, approvabile dalla maggioranza di Governo. In altri Paesi, la Costituzione stabilisce le principali modalità di voto e la modifica delle modalità elettorali richiede procedure lunghe e articolate di revisione costituzionali, quanto meno leggi da approvare con maggioranze qualificate (dei 2/3 circa del Parlamento) difficilmente raggiungibili dalla sola maggioranza di Governo, in modo tale che le regole democratiche siano condivise. Talora, esiste un vincolo temporale che vieta di modificare le norme elettorali a tre mesi di distanza dal giorno delle elezioni.


LA MIA UTOPIA POLITICA
Qualsiasi forma di democrazia pluralista è da considerarsi accettabile. Sulla base dell'analisi effettuata, ritengo la migliore la Repubblica Presidenziale, in cui il Premier abbia poteri forti e sia deciso direttamente dai cittadini, in un sistema bipartitico sostenuto da un sistema elettorale maggioritario puro a turno unico. Il moderatismo di centro sarebbe parte integrante di entrambi gli schieramenti, diventando determinante per i risultati elettorali e garante di un Paese che limita lo spazio degli estremismi all'interno del dibattito partitico.

La Repubblica Parlamentare Italiana è un ottimo strumento democratico; sarebbe senz'altro più auspicabile una Repubblica Presidenziale, come già ricercato da entrambi gli schieramenti nell'ultimo decennio attraverso riforme che, purtroppo, non sono mai arrivate all'attuazione. Certamente una forma di Premierato forte, molto anglosassone, si sposerebbe bene con un sistema elettorale maggioritario, l'unico capace di garantire governabilità. Il referendum sul tema aveva ben espresso la volontà del popolo italiano ma la necessità corporativa dei partiti minori di mantenere poltrone che contano ha avuto la meglio, facendo ricadere l'Italia nelle tenebre del proporzionale impuro. Anche l'interferenza cattolica, attraverso i partiti di cultura democristiana, ha spinto e continua a spingere per un sistema proporzionale che, a scapito della governabilità del Paese, mantenga un ruolo determinante per i partiti centristi. La verità è che tolti i personalismi e la necessità di potere dei nani della politica, le vere idee sono al massimo una decina, più probabilmente cinque se escludiamo quelle inattuabili (come gli estremismi di destra e di sinistra) e quelle che di possono ritrovare all'interno di altre. In Italia, il partito politico deve tornare il luogo dove dibattere sui dettagli attuativi degli obiettivi comuni, evitando di rimandare ai parlamenti o alle urne la scelta sulla politica fine di raggiungimento di uno scopo; gli elementi differenzianti gli schieramenti devono essere chiari, netti, devono essere i principi fondamentali attorno i quali un insieme di persone si raggruppa e decide di fondare un partito politico. Di 120 partiti italiani, senza effettuare alcuna forzatura (se non quella di guardare esclusivamente l'idea portata avanti), potremmo arrivare facilmente a 7; partendo da sinistra: i comunisti (Rifondazione Comunisti, Comunisti Italiani e Verdi); i socialisti (Rosa nel Pugno); i socialdemocratici (Ulivo, Italia dei Valori); i democristiani (Udeur, Udc, Dc, Psi); i liberalisti (Forza Italia); i conservatori-nazionalisti (Alleanza Nazionale); gli autonomisti (Lega Nord). E' facile fare un minimo di forzatura per escludere le due posizioni più estreme che dovrebbero trovare spazio all'interno di una normale compagine partitica che abbia le caratteristiche idonee per presentarsi seriamente all'elettorato come aspirante al governo del Paese. Cinque partiti, è il massimo che vedrei anche in un sistema proporzionale. Se poi mi consentite un minimo di fantascienza, le differenze tra socialisti e socialdemocratici sono irrisorie, quelle tra liberalismi e nazional-conservatori pure, c'è solo un po' di centrismo da spartirsi tra i due schieramenti; notare che messi insieme questi partiti di centro alla Camera del 2006 hanno ottenuto solo l'8,9% dei voti eppure pesano. Quasi da soli, sulle macerie di quello che è avanzato dall'abbattimento di 50 anni di disastri, sono riusciti a bloccare il decollo del bipolarismo italiano, riuscendo a convincere l'intera classe dirigente che il proporzionale fosse l'ancora di salvezza per il sistema italiano, continuando a ingolfare la politica italiana per i propri interessi. Perché fa comodo a loro? Provate a immaginare questi 7 potenziali partiti alla Camera del 2006 con un proporzionale puro: comunisti 10,2%; socialisti 2,6%; socialdemocratici 33,6%; democristiani 8,9%; liberalisti 23,7%; conservatori-nazionalisti 12,3%; autonomisti 4,6%. Come formare il governo? Leggi gli ultimi 50 anni di Storia d'Italia. Inutile dire che in sistema bipolare, considerando i voti estremisti e quelli centristi riversati all'interno della forza politica di coalizione delle ultime elezioni, sempre nella proiezione ci sarebbe stato il partito di sinistra (social-democratici) al 48-49% e quello di destra (liberal-conservatori) al 46-47%; e poi al maggioritario la capacità di dare suddivisione netta tra maggioranza e opposizione con garanzia di governabilità in mano, possibilmente, ad un premier con poteri veri.

Commenti
Da Cecco @ lunedì 3 settembre 2007 0.00
Bello, bello, bello! Per chiunque sia appassionato di politica penso che questo articolo sia veramente gustoso. Nella prima parte l'autore espone in maniera chiara gli argomenti, con una suddivisione logica e che aiuta la comprensione (unica pecca: l'utilizzo di indici e teorie dai nomi astrusi e che come l'autore stesso segnala non hanno validità scientifica). Nella seconda costruisce una visione politica e anche "fanta-politica" argomentata e lucida che mi trova d'accordo su molti punti. Per un lavoro scritto così bene la lunghezza non è un ostacolo alla lettura! Grazie Andrea!

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