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martedì 6 novembre 2007
Precariato o lavoro flessibile?
Da Andrea @ 11.24 :: 793 Visite :: 2 Commenti :: :: Politica
 
L'Italia è un Paese molto particolare, capace di rendersi strano quasi in ogni tema socio-politico rispetto al resto del mondo. Potevamo forse esimerci dall'essere strani anche sulle tematiche riguardanti il mercato del lavoro? Assolutamente no. Ecco perché abbiamo i contratti a tempo indeterminato, ecco perché abbiamo l'articolo 18 (ricordate? la legge sull'impossibilità di licenziamento), ecco perché nonostante tutto questo i "soliti noti" combattono contro quello che chiamano "precariato", avrebbero ampliato l'articolo 18 anche alle aziende più piccole, si oppongono in ogni modo contro i tentativi di riforma del mercato italiano del lavoro, iniziati nel 1997 con il pacchetto Treu, poi riformato con la legge che porta in nome del compianto Marco Biagi. Fa specie che ai sindacalisti politicizzati, agli irriducibili comunisti, ai finti riformisti di sinistra (socialisti e cattocomunismi)… insomma, ai residui del pensiero marxista, i “soliti noti” abbiano avuto un nuovo sostenitore dalla cultura e dai principi decisamente differenti. E se Benedetto XVI, o chi lo ha consigliato sul tema, esprime pensieri marxisti, sbaglia l’intervento sul tema e bisogna dirlo, con tutto il rispetto per la persona e per quello che rappresenta. Ma andiamo con ordine.
 
L’Italia di caratterizza per la presenza di moltissime piccole-medie imprese e la quasi assenza di grandi; per come è strutturato il mercato, risulta quasi più conveniente avere aziende ridotte e fortemente specializzate. I lavoratori, invece, sono culturalmente abituati alla perenne ricerca del “posto fisso”, i più “vecchi” festeggiano se in pubblica amministrazione o aziende privatizzate. Si crea così un sistema ridicolo di contrapposizione, anziché collaborazione, tra datore di lavoro e lavoratore: il primo, cercando forme contrattuali dalle quali può più facilmente svincolarsi e di lavoratori sempre più disposti a tutto (mettendo in secondo piano le loro capacità), spingendosi in alcuni casi anche nel lavoro nero e nella manodopera clandestina, andando anche a discapito della crescita dell’azienda stessa; il lavoratore, invece, disposto a tutto per avere un contratto a tempo indeterminato, perché poi che faccia-o-non-faccia, l’azienda se lo deve tenere. E dove scatta il matrimonio “finché morte non vi separi”, la situazione non è idilliaca. Così in alcune aziende, specie dove conta la “rivendibilità” della forza lavoro, i fattori per avanzare sono principalmente tre: avere un bel titolo di studio, “essere vecchio” (occhio, non “avere esperienza”), e dare delle buone e mirate dosi di leccate… Il “capo”, che per quest’ultimo fattore vuol bene a questo lavoratore, non avrà difficoltà a trovargli le occasioni migliori, forte di studi dal valore legale e di qualche ruga che in paese gerontocratico fa benissimo. In altre, dove conta di più “mantenere lo status-quo”, l’importante è rompere le scatole e, possibilmente, fare male il proprio lavoro: il metodo più facile per il “capo” per risolvere il proprio problema sarà quello di promuovere questo lavoratore, tenendo il collega che buono-buono cerca di fare bene. Non si trova spazio per parole come “meritocrazia”: il lavoratore raramente o scarsamente è premiato per quello che sa fare e per quello che fa.
 
Sindacati, sveglia! Invece di fare le lotte di partito, dovreste pensare veramente al bene dei lavoratori. A partire dall’abolizione del contratto a tempo indeterminato e dell’articolo 18! Invece di lottare contro i contratti a termine per motivazioni ideologiche (marxiste), dovreste lottare affinché il minimo salariale sia più alto a fronte di una durata minore, e viceversa. Dovreste lavorare affinché i minimi salariali garantiscano più-o-meno la sussistenza, lasciando che sia il datore di lavoro, soprattutto con quote di salario variabile legate alla produzione, a premiare chi raggiunge gli obiettivi. Non esiste il vostro paese ideale nel quale tutti gli introiti delle aziende sono redistribuiti equamente dallo Stato a tutti i lavoratori (e non solo); esiste un sistema da applicare nel quale la flessibilità garantisca mobilità e il merito corrisponda a salario, affinché ogni lavoratore sia spronato a fare meglio e contemporaneamente ogni individuo abbia l’occasione di “farsi vedere” e non essere condannato da pregiudizi senza fondamenta. Un sistema nel quale il mercato del lavoro veda la contrapposizione equa tra le due parti, dove sì il datore di lavoro possa rivolgersi ad altri lavoratori ma anche quest’ultimi possano rivolgersi altrove. Un sistema nel quale le forme di lavoro illegali non risultino convenienti grazie alla regolamentazione delle forme contrattuali necessarie alle aziende.
 
In conclusione, si smetta di parlare di “precariato” perché è proprio la lotta contro la flessibilità che rende il lavoratore “precario”. Un mercato del lavoro flessibile è un bene per tutti, dallo Stato, alle aziende, ai lavoratori. E’ la situazione attuale che mantiene l’Italia nella sua situazione anomala, l’ennesima, nella quale riescono a convergere neo-comunisti e cattolici, in una (storicamente) aberrante alleanza. Speriamo si ravveda chi nella propria storia ha fatto dell’ideologia marxista un acerrimo nemico e non una bandiera.
Commenti
Da Cecco @ giovedì 8 novembre 2007 13.13
Sono perfettamente d'accordo con la valorizzazione della meritocrazia e della flessibilità del lavoro nel contesto attuale italiano, tanto da ritenere la riforma Biagi una delle principali conquiste del governo di centro-destra. Allo stesso tempo respingo con forza l'ipotesi di mercato del lavoro selvaggio che viene prospettata da Andrea dove non esistono più i diritti del lavoratore. Purtroppo sappiamo bene che nel nostro Paese oltre ad lavoratori lazzaroni c'è anche un ceto imprenditoriale "furbetto". Come al solito bisogna trovare la giusta quadra e su questo richiama il Papa. Se no ricadiamo in un banale confronto destra-sinistra sordo alla complessità del problema.

Da Andrea @ mercoledì 14 novembre 2007 0.47
Penso di non essere riuscito a spiegarmi bene nel paragrafo che potremmo definire di "appello ai sindacati" visto che e' stato interpretato come "mercato del lavoro selvaggio" da parte di Cecco. Il mio richiamo e' a modifiche concrete e attuabili che configurino il nostro sistema meno distante da altri esistenti e funzionanti. Ripercorro per punti:
- il contratto a tempo indeterminato praticamente c'e' solo in Italia; non volendo dare un forte peso a "cosa fanno gli altri", il lato negativo viene dato dalla reazione del lavoratore: ricordando che esistono sempre delle eccezioni, molti lavoratori diventano "inamovibili" grazie a questo contratto, parcheggiando l'intraprendenza e la voglia di dare il meglio di se' e "sedendosi" su una situazione di comodo, spingendosi via-via verso il minimo richiesto per poter rimanere in azienda senza problemi; un lavoratore soggetto alle regole di mercato, invece, sarebbe sempre incentivato a fare il meglio;
- l'articolo 18, anch'esso, c'e' solo in Italia; come prima, analizziamo il lato negativo: questa volta e' l-impresa che non ha vantaggi a crescere oltre la soglia dei 15 dipendenti a meno di avere un forte "trend"; imprese in leggera crescita o in oscillazione, difficilmente assumeranno quel lavoratore in piu' che le costringerebbe a non poter piu' procedere a licenziamenti; trogliere questo vincolo, sarebbe un'altro vero tassello per la liberalizzazione di questo mercato;
- legare il minimo salariale alla durata del contratto sarebbe una normalissima questione che il sindacato dovrebbe far propria ma che deriva da normalissime leggi di mercato; il problema nasce dalla lotta contro queste forme contrattuali anziche' lottare per dargli maggiori benefici (salario) a fronte di meno garanzie (durata); la rassegnazione nasce quando sentiamo esponenti di rifondazione comunista (la mente politica di certi sindacati) che si lamentano dei salari dei manager italiani: figlioli, e' il mercato! Pensate a fare in modo che il minimo per la sussistenza sia garantito che poi se c'e' qualcuno che vuole pagare di piu' il merito, ben venga! Ma sappiamo da quale scuola vengono loro...
- il salario legato al raggiungimento di obiettivi e' una realta' gia' molto diffusa, l'invito e' quello affinche' sia spronato maggiormente perche' garantisce distribuzione legata ai risultati (quindi con vantaggi che si legano tra lavoratore e azienda) e non "a pioggia" su tutti senza criteri;
- il fatto che un mercato aperto sia vantaggio sia per lavoratori sia per aziende penso sia facilmente comprensibile in una logica liberale, perche' finche' l'azienda potra' facilemente dire "io un altro che fa il tuo lavoro a queste condizioni lo trovo anche domattina" continuera' ad esserci uno sbilanciamento nella contrattazione, ma quando il lavoratore potra' dire "io un'azienda che mi fa fare questo lavoro a queste condizioni, e forse anche meglio, la trovo anche domattina" la contrattazione sara' piu' equilibrata.

Concordo nel fatto che le mele marce sono sia i lavoratori fannulloni sia gli imprenditori furbetti, ed e' per questo che un mercato del lavoro liberalizzato sarebbe contro ambedue queste categorie e a favore del merito e dell'intraprendenza, da entrambe le parti. Ed e' per questo che, lo dico con rispetto e con dispiacere, credo sia inesatto l'intervento del Papa, pur comprendendo e condividendo le motivazioni che l'hanno portato all'errata conclusione. Si' ai diritti dei lavoratori, si' a piu' certezza per il proprio futuro: attraverso un mercato del lavoro libero, aperto e competitivo.

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