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I segnali c'erano già da tempo ma a leggere i quotidiani dell'ultimo periodo mi pare si sia varcato il confine. Già sul Sole24ore del primo di febbraio, sotto il titolo "Quel pressing della Chiesa per il sistema tedesco" si leggeva che "la Chiesa punta alla riforma elettorale... per permettere alle nuove formazioni di centro che si vanno aggregando di entrare nel nuovo Parlamento in posizione strategica". Su "L'Opinione" del 6/2 il titolo riportava "Il forcing della Chiesa e i politi subordinati"; ma il meglio è avvenuto ieri, 11 febbraio, quando i giornali sono invasi di articoli sul tema, tutti rigorosamente in secondo piano: Il Messaggero titola "Silvio apra il Pdl all'Udc, lo chiede Ruini" con un'intervista a Don Baget Bozzo che dice "Così la Chiesa riconosce la sua premiership"; il Corriere della Sera con l'articolo "Pier fuori dai giochi e i timori della Chiesa" recita: "Più che mai in queste elezioni la gerarchia cattolica è senza sponde politiche. La prospettiva di una vittoria del centrodestra rassicura la maggioranza degli uomini di Chiesa ma il vertice dell'episcopato non ama l'interlocutore Berlusconi e teme un'eclisse dell'unico leader cattolico significativo di quello schieramento, che è Pier Ferdinando Casini"; "Sulla Rosa bianca si era avuto lungo gli ultimi mesi un investimento in sogni... diversi nell'episcopato avevano immaginato che una formazione di centro avrebbe potuto ridare una visibilità rasserenante al nome cristiano"; "Se Casini dovesse uscire indebolito dalle urne... si andrebbe a un consolidamento di Fini come Successore di Berlusconi... cioè nel ruolo che tanti ecclesiastici vorrebbero spettasse a Casini". Il sunto migliore lo porta Gad Lerner su "la Repubblica" che nell'articolo "La gamba tesa del Vaticano" recita "il direttore di Avvenire (Dino Boffo, nda) dice... <<E' interesse dei cattolici, ma anche dello stesso centrodestra, che sia salvaguardata la presenza in quello schieramento di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana.>>"; "Certo però che un tale singolare, minuzioso interessamento alla sfera partitica, declina assai modestamente il diritto rivendicato dalla Chiesa a intervenire nel dibattito pubblico... Dubito esistano argomenti spirituali in favore della salvaguardia di un partito cristiano nel centrodestra... Viene il dubbio che alla Chiesa dispiaccia la formazione di due grandi partiti alternativi. Non per motivi religiosi, ma perché un sistema tendenzialmente bipartitico indebolirebbe l'esercizio dell'azione lobbistica... Dispiace che la Chiesa viva con fastidio la nascita di due grandi partiti alternativi, all'interno dei quali i cattolici possano trovarsi a loro agio". Fermo qui le citazioni. Nessuno, o perlomeno non il sottoscritto, vuole mettere in discussione il fatto che la Chiesa, e la religione in generale, possa, anzi debba, trattare i temi che riguardano la vita di un uomo, compresi i temi politici. Ma un conto è parlare, e magari anche agire, in difesa di principi, sulla base di iniziative, di leggi o quant'altro in discussione. Altro conto è fare azione partitica. Come ricorda lo stesso Cardinale Martino (La Repubblica, 11/2), "i cattolici, guardando all'arena politica, fanno la loro scelta su quale dei partiti meglio corrisponda a questi principi", riferendosi a quelli della dottrina sociale della Chiesa. Ma la Chiesa non può e non deve lavora con i partiti, per i partiti. Dopo aver bloccato l'unità d'Italia per anni, dopo aver rovinato sessant'anni d'Italia del secolo scorso, tentano di bloccare la vera grande novità del panorama politico italiano che è la nascita del bipartitismo. Movendo come marionette i vari Mastella (Udeur), Casini (Udc) e Tabacci (Rosa bianca), tentano di creare il "partito della Chiesa" da piazzare nel mezzo affinché nulla sia possibile senza di loro. Peccato che la loro espressione dovrebbe essere all'interno di questi due grandi partiti. Peccato che favorire la rappresentazione monopartitica delle lobbi è un danno per l'Italia. Peccato che è vietato. E spiego. E' l'anniversario della sottoscrizione dei Patti Lateranensi. Correva l'anno 1929 e l'11 febbraio un accordo tra la Santa Sede e l'Italia sorpassava la legge delle Guarentigie che il Parlamento italiano approvò nel 1871, senza che questa venne mai riconosciuta dal Vaticano. Nel concordato, nel riconoscere confini e competenze, si convenne di proibire al clero di prendere parte alla politica. Quindi, interpretando la Chiesa come movimento religioso disposto sul territorio nazionale italiano, può parlare di tutto, anche di politica, come e quanto vuole. Ma se parliamo della Città del Vaticano, ove la Chiesa ha la sua principale sede e i cui rapporti politici con l'Italia sono regolamentati, non può esserci un'ingerenza tale da essere configurata come una partecipazione partitica. Non esiste in nessuno stato del mondo che un altro stato abbia un proprio partito al suo interno. La confusione che da secoli vige nel rapporto Italia-Chiesa su questo tema ha rovinato e tenta di continuare a rovinare l'Italia stessa. Gli stessi Patti Lateranensi sono una concessione insolita e inadeguata che tolleriamo. Ma non rispettarli, cercando per l'ennesima volta di bloccare un'Italia che tenta di rialzarsi, nonostante la zavorra cattolica, questo no. La smettano i vescovi, la Cei, l'Avvenire e tutti gli organi cattolici di comunicazione di massa (manca solo il Papa durante l'Angelus), di intervenire per modificare l'evoluzione che la partitocrazia italiana sta compiendo. Il loro spazio c'è e ci sarà all'interno dei due grandi partiti. Ed è importante. Ma non passa dalla sobillazione dei nani centristi, per la cui mancanza di consenso c'è da interpellare un'unica causa: l'incapacità politica.