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mercoledì 1 febbraio 2006
L'opzione nucleare
Da Cecco @ 0.00 :: 372 Visite :: 0 Commenti :: :: Altre categorie
 

Lo sfruttamento del nucleare: la soluzione per il medio periodo.

Immagine: Non facciamoci spaventare dalla novità!(From www.2005annodellafisica.unito.it)




Uno dei problemi centrali per il nostro futuro su cui spesso si impostano battaglie ideologiche, ma in cui è invece necessario impostare un discorso serio e lucido, è il problema energetico. L’energia è alla base di ogni tipo di tecnologia e il mercato ad essa legato è il pilastro che regge tutta l’economia, come mostrano le pesanti ripercussioni delle variazioni del prezzo del petrolio. In questo campo la fondamentale distinzione da fare è fra sogni e realtà, tradotto: cosa sarebbe bello fare (e magari si farà…) e cosa si può fare allo stato attuale. Le fonti energetiche sono suddivise fra rinnovabili, la cui disponibilità è illimitata, e non rinnovabili, utilizzabili fino ad esaurimento scorte. Le prime comprendono fra l’altro l’acqua, il sole, il vento, mentre ai secondi appartengono nucleare, carbone e idrocarburi di vario genere.

Restringendo il campo d’indagine alla produzione dell’energia elettrica, su base mondiale, si ha la seguente suddivisione di risorse utilizzate: Petrolio 11%, Carbone 39%, Idroelettrico 19%, Gas naturale 14%, Nucleare 17%.
Notiamo subito che le fonti rinnovabili occupano un posto non certo di rilievo, poco sotto un quinto del totale. Perché? Considerando anche il ridotto inquinamento che emettono nell’ecosistema parrebbe una contraddizione. Tuttavia la spiegazione è molto semplice: la tecnologia non è ancora matura, ha fatto passi avanti, ma non è ancora applicabile su vasta scala, a causa di basso rendimento e conseguente elevato rapporto prezzo/quantità. Inoltre l’unica fonte davvero utilizzata, vale a dire l’idroelettrico, richiede particolari condizioni ambientali e ha un effetto pesante sul luogo in cui viene installato. Allo stesso tempo carbone e idrocarburi, a cui è riconducibile il 64% della produzione, hanno un pesante effetto di emissione nell’atmosfera e le proiezioni sulla loro disponibilità futura non fa che aumentarne il prezzo con ripercussioni pesanti, come già segnalato.

Fra queste due opzioni, resta il 17% dell’energia prodotta con il nucleare. Perché suddividerla dalle altre? Per il motivo che il nucleare è sì una fonte esauribile, ma su distanze che paiono più lunghe dei combustibili fossili, anche se tutte queste statistiche dipendono fortemente dalle ipotesi inserite a monte, e soprattutto perché ha emissioni in atmosfera paragonabili a quelle delle fonti non rinnovabili. Dunque non la soluzione, ma un buon intermediario in attesa della “maturità” delle tecnologie relative alle fonti rinnovabili. Quali le ulteriori ragioni a supporto di questa tesi? Il costo del KWh prodotto nelle più diffuse centrali nucleari è competitivo rispetto ai combustibili fossili, la distribuzione del combustibile nucleare è abbastanza omogenea nella crosta terrestre ed infine nel confronto con le altre fonti esauribili la “spunta” anche per quel che riguarda il rendimento; il tempo di costruzione di una nuova centrale è di circa 3 anni e si ha il miglior rapporto spazio occupato/potenza installata, alla pari con le migliori centrali idroelettriche.

Ed eccoci al primo vero punto di discrimine, il capitolo delle battaglie: la sicurezza. A una prima analisi, per quel che riguarda l’Italia, questo è un non-problema: sebbene le nostre centrali siano non funzionanti, in tutta la zona dell’arco alpino (Francia, Germania, Svizzera e Slovenia) sono installate più di 40 centrali nucleari, inutile aggiungere che, dal punto di vista di un incidente, è come averle in casa. Questa è una semplice osservazione, non un argomento. Tuttavia a favore delle centrali nucleari parlano le innumerevoli e sempre maggiori misure di sicurezza che vengono adottate: automatiche e manuali. Basti pensare che nei 2 incidenti più gravi che si ricordano, Chernobyl (Unione Sovietica) e Three Mile Island (USA), in entrambi i casi, si è trattato di situazioni derivanti dall’aver scavalcato volontariamente i sistemi di sicurezza e dalla palese violazione dei protocolli stabiliti per gestire le situazioni critiche.

Il secondo capitolo spinoso riguarda le scorie, cioè i rifiuti derivanti dalla reazione di fissione nucleare. Vi è una suddivisione importante: circa il 95% degli scarti radioattivi è classificato in categoria 1 o 2, si tratta cioè di prodotti di media pericolosità, di cui si richiede lo stoccaggio per alcune decine di anni, come avviene per alcune categorie di residui di provenienza industriale o della medicina nucleare. Il vero nodo della questione è il restante 5% che appartiene alla categoria 3 (High Level Waste) la cui pericolosità si protrae per decine di migliaia di anni, rendendone impossibile uno staccaggio veramente sicuro. Sembrerebbe un problema insolubile, causa il tempo troppo lungo per poter garantire le misure di sicurezza adottate; tuttavia negli ultimi anni si è impostata e si sta percorrendo una nuova strada: l’incenerimento dei rifiuti radioattivi tramite bombardamento in acceleratori di particelle. Se i risultati dei test confermassero la validità di questa tecnologia, sarebbe veramente un punto pesante a favore del nucleare.

In concluzione: gli investimenti pubblici in tutto il mondo degli ultimi 30 anni, circa 70 miliardi di dollari, hanno portato il nucleare ad essere una tecnologia matura e puntare in questa direzione sembra la migliore strada sul breve e medio periodo, in particolare per l’Italia potrebbe essere una via di rilancio, data la pesantissima dipendenza dall’importazione energetica. A favore di questa tesi si schierano anche le recenti dichiarazioni del governo tedesco che aveva fatto scalpore lo scorso anno annunciando la progressiva uscita dal nucleare (30% del fabbisogno nazionale) e, con il nuovo esecutivo post-elettorale, sta facendo retromarcia. Mettendo in pratica questa ipotesi si avrà poi il tempo di sviluppare la ricerca sulle fonti rinnovabili aumentando gli investimenti (negli ultimi 30 anni “solo” 10 miliardi di dollari) per prepararsi, nel lungo termine, all’esaurimento delle scorte e ad uno sviluppo sostenibile.
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