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venerdì 6 agosto 2004
Tasse: chi ha ragione?
Da Cecco @ 0.00 :: 198 Visite :: 0 Commenti :: :: Politica
 

Nella lotta per il dicastero economico l'ha spuntata il partito del rigore: meglio o peggio per i cittadini?

Immagine: L'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti(From www.palazzochigi.it)




La situazione economica italiana sembra parecchio confusa e difficile, come succede in buona parte dell’Europa (leggi Francia e Germania con rapporti deficit/pil oltre il 4% e disoccupazione in aumento). Ancora maggiore confusione c’è per quanto riguarda le misure da adottare in questo quadro a tinte fosche. L’idea di partenza della Casa delle libertà attualmente al governo era ben precisa: intervento deciso in materia economica sul fronte della spesa sociale (pensioni), del mercato del lavoro (riforma Biagi), della presenza dello Stato imprenditore e assistenzialista (prosecuzione delle privatizzazioni e trasformazione dei finanziamenti a fondo perso in prestiti a lungo termine attraverso la Cassa Depositi e Prestiti) ed infine dell’imposizione fiscale (legge Tremonti sugli utili reinvestiti, taglio dell’Irpef e sgravi per le imprese). Un compito mastodontico di cambio strutturale della nostra economia, che un solo uomo, mente di tale operazione, avrebbe potuto portare a compimento: Giulio Tremonti. Così non è successo, Tremonti è stato allontanato, sbattendogli in faccia la pretesa di avere risultati miracolosi dopo 3 anni mentre la crisi perdurava da più di 15, e ora si chiede ad un uomo fuori dai giochi politici, un tecnico senza potere di trattativa, di concertare con tutti (da Confidustria alla Cgil) e di “salvare la patria”. La domanda che è lecito porsi, se abbiamo un po’ di buon senso, è la seguente: ha sbagliato Tremonti oppure coloro che l’hanno allontanato (e rispondono ai nomi di An e Udc)?

Partiamo da lontano: nel 1980 viene eletto Presidente degli Stati Uniti R. Reagan, ex attore, proveniente dal partito repubblicano. E’ l’inizio di un cambiamento decisivo nella storia mondiale. In un recente articolo (“Giù le mani dai servizi” di Andrea) si è portata, senza citare dati, la sua politica economica quale esempio negativo; io mi propongo l’esatto contrario, cioè di segnalarne gli aspetti benefici sia economici che sociali, rifacendomi ad un articolo dell’economista Francesco Forte (“Il Foglio” n. 157, 8 giugno 2004) che ha insegnato alla scuola della Virginia e collaborato con il premio Nobel per l’economia Buchanan. Le direttive fondamentali del governo Reagan, secondo le affermazioni del suo consulente Niskanen, furono: la riduzione dell’imposta progressiva sul reddito, la riduzione del “big government” cioè del governo elefantiaco, la deregolamentazione. Gli obiettivi erano l’aumento del prodotto interno e una politica di benessere sociale al di fuori dell’opprimente peso della burocrazia. Tale ricetta portò sì all’indebitamento nell’immediato, ma questo fu seguito da una vigorosa domanda di consumi e da un boom tecnologico, favorito dalle spese nel settore militare, che ha garantito un’ascesa economica che dura ancora oggi (con la breve parentesi della strage delle Torri concomitante con l’esplosione della bolla speculativa sui titoli del nuovo mercato). Inoltre, come testimonia la curva di Laffer, l’indebitamento dovuto al taglio delle aliquote è destinato a scomparire nel medio e lungo termine attraverso l’allargamento della base imponibile, tanto che se nel 1980 le entrate federali rappresentavano il 20.2 % del pil, nel 1988 erano al 19.2%, nonostante ci fosse stato un taglio dell’imposta sul reddito del 23% in 3 anni e nonostante il grande incremento del pil stesso. Sul lato sociale? L’inflazione passò dal 13.5% della fine della presidenza Carter al 4.1%, mentre la disoccupazione in 8 anni scese dal 7-8% strutturale (cioè congenito al sistema) al 5.5%. Il pil crebbe del 3.1 % anno e la produttività del 1.5%, portando ad un incremento pro-capite del reddito del 10%, così da controbilanciare in positivo la diminuzione del 2% del risparmio. E’ vero che la forbice sociale si allargò, ma non, come si dice ideologicamente, a causa dell’impoverimento dei ceti bassi, bensì a causa dell’avanzamento maggiore della classe media. Infatti grazie alla discesa di inflazione e disoccupazione i ceti bassi ebbero grandi vantaggi.

Perché cito tutto questo? Perché si tratta dell’esempio più grande degli effetti non keynesiani dell’economia, cioè di come non abbia alcun significato la pretesa di avere 1 Euro di entrate contro 1 Euro di spesa. A tale proposito, rifacendomi ad alcuni articoli apparsi su “Il Foglio” a firma di O. Giannino, si possono portare diversi studi economici su base storica che testimoniano questi effetti; in primis un lavoro di 3 studiosi impiegati presso la Commissione Europea, G. Giudice, A. Turrini e J. Veld, che indicano come il taglio della spesa pubblica porti maggiore crescita a seguito di maggiori investimenti e diminuzione dei disincentivi a lavorare e produrre, così da aiutare l’offerta già lanciata dal taglio delle imposte. In un tale quadro la misura più necessaria è il taglio dei dipendenti pubblici con una ristrutturazione vera e non di facciata del settore. Tanto più, mi sento di aggiungere, che i servizi, in un regime di reale concorrenza, possono essere forniti da privati con il controllo dello Stato, che ritroverebbe finalmente il suo vero ruolo. Su questo punto entra in scena l’ultimo libro dell’economista americano Micheal Mandel (Rational exuberance. Silencing the enemies of growth and why the future is better than you think.) in cui si afferma, a proposito dell’indebitamento, “E’ come dire che chiunque ricorra al debito dimostra un’invereconda tendenza caratteriale al vizio e alla dissipazione. Argomenti da teologi che difendevano la tesaurizzazione improduttiva e la manomorta terriera. Mentre ciò che conta è per quale ragione un debito si contrae, in che condizioni lo si estingue e in cambio di quale reddito prodotto grazie proprio all’impegno debitorio.”

Di fronte a queste tesi e a questi dati fanno sorridere amaramente le parole di Follini quando parla, a proposito del taglio delle tasse, di “generosità verso il contribuente”: non è piuttosto un dovere istituzionale e una sana misura economica?
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