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lunedì 15 settembre 2003
A che punto siamo?
Da Cecco @ 0.00 :: 916 Visite :: 0 Commenti :: :: Politica
 

Un tentativo di capire la situazione senza demagogia.

Immagine: I ministri Moratti, Tremonti, Maroni e il premier(From www.palazzochigi.it)




Richiamato dall’articolo di Riki “Ancora polemica !!!”, vorrei tentare un elenco, con considerazioni personali, di alcuni dei provvedimenti adottati dal governo perché, a mio avviso, è sui fatti che bisogna valutare e solo in un secondo tempo ci si può soffermare ad analizzare dichiarazioni e parole (verba volant...)

I campi da esplorare sarebbero tantissimi, ma in questa discussione mi limito a quei settori dove si sono attuate o si è in procinto di porre in atto quelle riforme strutturali che, tutti ne sono convinti, servono per ridare slancio al nostro Paese. Tralascio dunque il mondo giudiziario che, fino ad oggi, è stato semplicemente teatro di scontro politico e di interventi che non ne hanno modificato l’organizzazione generale: voto sospeso in attesa che le acque si calmino (succederà mai?) e che si ridisegni l’ordinamento con responsabilità e fiducia (nei giudici come nei politici). Non parlo nemmeno (per mia personale ignoranza) del tema “grandi opere”: la situazione appare ancora in alto mare e non porta nel merito del vero rinnovamento necessario al Paese (checchè ne dica qualcuno).

La scuola: un bel casino. Non si capisce molto, senza essere dei super-tecnici, di ciò che sta avvenendo. Sta per partire una riforma molto grossa delle scuole elementari e medie: secondo me l’errore è proprio qui. La mania di riformare ci ha fatto dimenticare (da Berlinguer alla Moratti) che, in realtà, la nostra scuola è sempre stata di buon livello. Il problema non è cambiare, ma bensì adattare e semmai difendere da quel vistoso calo di profilo notato negli ultimi anni. Il resto sono cervellotici schemi studiati da chi è convinto che l’organizzazione perfetta possa sostituirsi all’impegno e alla responsabilità di insegnati, ragazzi e famiglie. Si dice che si cerca di rendere gli studenti “imprenditori di sé stessi”, ma che vuol dire? In realtà si cerca di trattarli da grandi quando invece il vero compito della scuola è, prima di trasferire nozioni, di farli crescere. Penso che il tiro sia decisamente da aggiustare ricordando la nostra grande tradizione; buona l’introduzione (speriamo senza esagerazioni) di informatica e inglese, pessimo il taglio degli istituti tecnici ridotti a quadriennali o a licei tecnologici dove (sembra una barzelletta) si sono eliminati tutti i laboratori (che farà il nostro tecnologo teorico?). Sembra invece funzionare la riforma universitaria, anche se l’assestamento sarà lungo e si paga un abbassamento di livello nella laurea triennale che, si auspica, venga colmato con i 2 anni di specializzazione. Inoltre non nascondiamoci la mancanza di fondi che, proprio per questo motivo, non devono essere sprecati. In generale il mio parere è negativo: la Moratti andava benissimo (e va ringraziata) per far entrare in ruolo i professori dopo decenni di immobilismo e dare vigore al ministero, ma un manager ora non va più bene in un posto che esige un esperto del campo. A lato dei provvedimenti nel merito dell’organizzazione scolastica noto con favore il riconoscimento della libertà di educazione (fondi alle famiglie per l’istruzione privata), in questo caso la maggioranza ha mantenuto la promessa insita nel nome della coalizione, appunto “Casa delle libertà”.

Economia: il ministro Tremonti è alle prese con il compito di stilare la Finanziaria che, come sempre, richiederà di scontentare qualcuno. L’economista di Forza Italia, famoso per la sua “finanza creativa”, si è appena ritrovato con i colleghi europei. Sembra che, fra i 25 (sono compresi i Paesi che entreranno nel 2004), il suo parere non sia poi tenuto in poco conto: la presidenza italiana ha infatti incassato il favore di tutti i partecipanti circa le misure da adottare per dare vigore al soggetto economico Europa, in particolare nei rapporti commerciali con la Cina. Il successo sul fronte estero ridà slancio a quello interno, dove sembra che la quadratura sulla legge di programmazione economica stia per giungere dalla maggioranza. Servono certo tanti soldi (pare 17 miliardi di Euro), ma resta significativo il fatto che il rapporto deficit-pil, nonostante le revisioni al ribasso della crescita, resterà sotto al 3%. I due giganti economici Francia e Germania sforeranno invece il tetto previsto dal patto di stabilità; se per i tedeschi si possono chiamare in causa la recente alluvione all’Est e le elezioni politiche, nulla scusa i francesi. Certo il governo Raffarin ha tagliato la pressione fiscale del 5%, ma questo a danno dei conti, mentre l’Italia si è, lo scorso anno, accontentata di un modesto 0.5% tenendo d’occhio la finanza pubblica. Gli Stati Uniti sono ad un debito del 5% (dopo essere stati in avanzo dell’1.2% nel 2000) e non ci vuole molto a capire dove siano finiti quei soldi. Resta una positiva impressione di debole, eppur costante, ripresa: tempi duri, ma c’è chi fa molto peggio.

Previdenza & Welfare: è il campo dove siamo più avanti. Il 5 settembre sono entrati in vigore i decreti attuativi della riforma Biagi e sui può affermare che mai, nella storia della nostra Repubblica, si era vista tanta celerità. La legge porta delle novità interessanti: flessibilizzazione del mercato del lavoro, scomparsa dei Co.Co.Co e responsabilizzazione delle parti in causa. Il primo punto deriva direttamente dal lavoro del professore ucciso lo scorso anno: si cerca di intervenire in un settore bloccato sullo schema del posto fisso introducendo l’occupabilità. Non tanto un posto per tutta la vita, ma una struttura che sappia, in caso di perdita dell’impiego, riassorbire in fretta la persona. Questo è basato su 2 pilastri: una rete di servizi offerti da privati che deve sostituire il “collocamento pubblico” (che, secondo una battuta, collocava solo i propri dipendenti) e una costante formazione che mantenga attivo il lavoratore. Vengono poi tagliati i “Contratti di collaborazione continuativa” che, nati come rimedio speciale all’immobilismo, rappresentano una situazione inaccettabile per i lavoratori: si avrà una progressiva conversione in subordinati o nei neonati contratti “a progetto”. Almeno questi apportano una serie di tutele, chiariscono la situazione e inoltre il ministero non ha nascosto la speranza che i contratti che spariranno divengano “partite IVA” (cioè autonomi), con un richiamo alla responsabilità delle parti sociali. Il terzo aspetto che segnalo riguarda un nuovo principio introdotto: dal 5 settembre sono imprenditori e lavoratori a fronteggiarsi per quella conversione dei contratti richiesta dalla riforma; lo Stato interverrà solo nel caso in cui, passato un certo periodo di tempo prestabilito, la situazione sia ancora in stallo. E’ questo un modo per chiamare i soggetti ad essere protagonisti del cambiamento e a sostenerlo: una responsabilità e un’occasione che le parti non devono perdere. Per questi motivi e senza nascondere la mia simpatia (penso ben meritata) per il ministro Maroni dò un bel 8 a questo lavoro, sicuro di premiare non solo il direttore del dicastero, ma tutti coloro che vi lavorano con profitto. I prossimi delicati appuntamenti sono le pensioni, di cui parleremo quando il quadro sarà più chiaro e, ancor più importante, il lavoro nero, per cui ancora non si nota una soddisfacente emersione.

In conclusione una parola sulle riforme istituzionali: negli ultimi giorni si è delineato il lavoro dei 4 saggi (ma, ad esempio, Calderoli vi sembra un saggio? E Buttiglione?) e ci sono delle proposte abbastanza precise. Siccome però il provvedimento è molto grosso ed importante, mi riservo ancora qualche giorno per capirlo, studiarlo, ma soprattutto il giudizio potrà essere formulato solo al momento della stesura di un disegno di legge, che penso richiederà ancora un certo tempo. Sembra comunque un’idea di alto profilo con profondi cambiamenti: devoluzione di potere legislativo alle Regioni, bicameralismo imperfetto con senato federale, Roma città-regione, nuovi poteri al Capo dello Stato e altro ancora. Ma, per il momento, sono solo nomi. Come vedete anche solo un piccolo accenno all’attività del governo si è assai dilungato, ma questo conferma l’impressione che sia comunque più fruttuoso andare nel merito dei fatti concreti che non discutere sulle dichiarazioni, almeno ci evita il mal di stomaco!
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