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martedì 16 marzo 2004
Sorpresa elettorale in Spagna
Da Cecco @ 0.00 :: 214 Visite :: 0 Commenti :: :: Mondo
 

Al Qaida assesta un colpo decisivo nel cuore dell'Europa

Immagine: Al centro il futuro premier spagnolo, Jose Luis Zapatero(From www.primeralinha.org)




10 marzo 2004: è una giornata normale in Spagna. Nelle sedi dei due principali partiti (i popolari del PP e i socialisti del Psoe) e in tutti i salotti politici circola la stessa domanda: “Sarà maggioranza assoluta o relativa?” La vittoria del partito popolare di Aznar, guidato dal suo successore Rajoy, appare come normale. Il partito del Gabbiano ha infatti ottenuto la maggioranza assoluta al Parlamento già nel 2000 e si avvia ad allargare la propria base elettorale cavalcando l’incredibile tasso della crescita economica 2003: 2.4%, più del doppio della media Ue.

11 marzo 2004: alle 7.30 si ferma la vita della Spagna e comincia l’incubo. Un incubo da cui i spagnoli non si sono ancora ripresi e la testimonianza è scritta nei sorprendenti dati elettorali. Prima di elencarli è però il caso di citare sommariamente l’ordinamento politico spagnolo, affinché abbia senso la successiva serie di cifre. In Spagna vige un bicameralismo imperfetto con la Camera delle Cortes che detiene il potere legislativo in maniera preminente rispetto al Senato, la cui principale funzione è la rappresentanza degli interessi territoriali. La Camera (350 deputati) è eletta su base totalmente proporzionale, mentre i senatori (260) vengono nominati attraverso un sistema maggioritario a turno unico, la cui funzione è di favorire fortemente i partiti locali. In sostanza il vero potere politico passa attraverso la Camera e, proprio qui, si è effettuato il sorpasso del Psoe sul Pp. Ecco i dati: il Psoe di Jose' Luis Rodriguez Zapatero ha ottenuto complessivamente il 42,64 per cento dei suffragi e conquistato 39 deputati in piu' rispetto al 2000, per un totale di 164. Il vantaggio in termini di seggi dei socialisti sul Partito Popolare del premier in carica Jose' Maria Aznar e' di sedici; il Pp scende da prima a seconda forza politica del Paese con il 37,64 per cento dei voti e 148 deputati, dunque 35 in meno. Resiste invece, seppur con una certa scossa, la maggioranza popolare al Senato dove 127 seggi vanno al Gabbiano, mentre la Rosa ne raccoglie 81. Fin qui i numeri, espressi tra l’altro tralasciando la pur importante geografia politica delle forze minori.

La domanda di adesso è: “Cosa cambierà?”
Non è facile rispondere perché non si può e non si vuole giudicare come agirà il nuovo premier spagnolo, ma sono ragionevoli tre considerazioni di ordine politico, economico e internazionale.

La stabilità. E’ questa la parola chiave che ha caratterizzato gli otto anni di governo dei popolari, in particolare il quadriennio 2000-’04. Cito Sandro Viola da “Repubblica” (giornale non certo di area centro-destra) del 26/2 : “…Josè Maria Aznar non s’è perso in chiacchiere. Ha governato. Ha avuto lo spirito d’iniziativa, la costanza, la competenza che sono invece mancati a tanti governi europei.” L’ex premier spagnolo si è giovato della maggioranza assoluta (183 deputati e 150 senatori) raggiunta dal proprio partito nelle elezioni del 2000. Tale condizione, come scritto sopra, non si è invece ripetuta nelle attuali consultazioni e dunque si prospetta una situazione complicata per Zapatero che deve scegliere bene dove “pescare” gli almeno 13 voti di cui necessita alle Cortes. Il ventaglio delle possibilità non fa stare allegri: a sinistra 8 seggi se li sono accaparrati i repubblicani (ricordiamo che la Spagna è una monarchia) di Erc, espressione dell’indipendentismo “duro” catalano, mentre 5 sono andati a Izquierda Unida, cartello dei comunisti. Proprio Psoe, Erc e Iu formano il governo regionale catalano ed è fondata l’ipotesi di una riproposizione su scala nazionale: di tale amministrazione regionale parleremo dopo. Un’altra possibilità è che invece si punti sui 10 seggi raccolti da Covergencià i Unio (Ciu), partito moderato catalano, all’opposizione nel proprio parlamento regionale e più vicino ai popolari: il suo leader Duran ha già presentato il conto, in termini di vantaggi federalisti, per un appoggio al governo. Insomma la questione centrale sarà il rapporto tra unità nazionale e realtà locali: l’assenza un esecutivo forte può essere negativamente decisiva.

Torniamo all’articolo di Viola su “Repubblica”: “…L’economia spagnola ha spiccato infatti, in direzione liberista, ma in una cornice di stabilità sociale, uno sbalorditivo balzo in avanti. […] S’è avviato un circolo virtuoso, e la Spagna ne è emersa come uno dei paesi più dinamici e creativi del passaggio di secolo. Sicchè gli spagnoli sono oggi più prosperi do 8 anni fa. Non a caso i concessionari delle case automobilistiche hanno brindato l’altro giorno al loro massimo record, 99.000 auto vendute a gennaio.” Alla grande crescita economica realizzata dai Popolari si è poi accompagnata la confusione del Psoe, il cui leader Zapatero non è riuscito a fare proposte concrete. Il ministro delle Finanze Monitoro dichiarava a pochi giorni dal voto: “Zapatero non sa quello che dice. Agganciare produttività alla spesa sociale vuol dire che il Psoe aumenterebbe nel 2004 meno della metà di quanto previsto dalla Finanziaria, il 7%. Sono idee reazionarie. Ma che razza di partito socialista è questo?” Proprio per salvare la situazione la guida socialista ha affidato la linea economica a Miguel Sebastian, mai iscritto ai socialisti e, fino a poco tempo fa, direttore del servizio studi della Bbva, una delle due principali banche del Paese. Proprio lui, economista di grande fama, è candidato a dirigere il dicastero economico: suo il compito di garantire continuità alla straordinaria performance realizzata dal popolare Rato.

Ed ora la nota più dolente: la politica internazionale e la sicurezza. Aznar ha promosso una linea decisa, a cominciare dallo schierarsi senza tentennamenti a fianco degli Usa fino alla posizione di “grande” che gli iberici hanno raggiunto in Europa. E qui sta la principale debolezza dei socialisti: non hanno un leader di caratura internazionale e Zapatero ha già annunciato il ritiro delle truppe dall’Iraq a giugno. Il problema è che questo è proprio ciò che voleva Al Qaida con il recente attentato: spaventare l’Occidente, sconfiggendolo con la logica del terrore. E gli spagnoli ci sono drammaticamente cascati: l’errore del governo (tra l’altro durato poche ore e subito corretto con l’arresto di uno degli esecutori materiali dell’attentato a sole 44 ore dai fatti) è stato demagogicamente strumentalizzato dai media e ha avuto un’incredibile peso in un impensabile ribaltone elettorale. E non è finita: ricordate cosa ho scritto sopra circa il governo catalano? Ebbene il leader del Erc, Luis Carod-Rovida, si è recentemente incontrato con i capi dell’Eta e ha sancito una tregua, basata sul folle principio del terrorismo asimmetrico: niente attentati nella sola Catalogna. Insomma il quadro è fosco: il Psoe scappa di fronte al terrorismo islamico (e dunque lo rafforza) ed è legato a partiti che scendono a patti con i terroristi interni. Fa sperare la tradizione fortemente antiterrorista del Psoe: prima del ’96 i governi di Gonzales si erano fermamente opposti all’Eta.

Si potrebbe allungare la lista, ma tutto è ancora in gioco e l’Europa spera che Zapatero saprà non venir meno al ruolo forte cui Aznar ha portato, meritatamente, il governo di Madrid. Quando salì al potere l’ex leader popolare era detto don nadie (signor nessuno) e ha saputo divenire uno dei protagonisti più forti della politica mondiale. Il leader socialista è detto sosoman (uomo insipido): ci auguriamo, e auguriamo a lui e alla Spagna, che possa ripetere le gesta del predecessore.
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