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martedì 24 agosto 2004
No global? No, grazie.
Da Cecco @ 0.00 :: 241 Visite :: 2 Commenti :: :: Mondo
 

I no-global: difensori dell'uomo o moderni falsi profeti?

Immagine: Una manifestazione no global(From digilander.libero.it)




Propongo alla vostra attenzione alcuni spezzoni da un articolo dell’Accademico di Francia J.F. Revel, che ragiona molto serenamente e realisticamente sulle prerogative e le idee del movimento no-global. Mi scuso preventivamente per le numerose interruzioni ([…]) poste tra le frasi, ma esse servono per far capire i tagli effettuati ed accorgersi di “salti” nel discorso.

“Come spiegare e comprendere questa guerra contro la globalizzazione, la cui ampiezza e virulenza è costantemente aumentata negli ultimi cinque anni? Qual è il motivo di questa straordinaria resistenza? Globalizzazione significa semplicemente libertà di movimento per i beni e per le persone, ed è ben difficile essere violentemente contrari a questo. […]
L’America è l’oggetto primo del [loro] disprezzo perché per oltre un secolo e mezzo è stata la società capitalista più prospera e creativa di tutto il pianeta. Ma negli ultimi tempi gli anti globalizzatori hanno trovato qualcosa di ancora più grande da distruggere: la democrazia liberale e l’economia del libero mercato. O meglio ancora: la libertà tout court. […] Oggi i no global sono qualcosa di più di semplici falsi profeti. […] Hanno cercato di sostituire la democrazia con un dispotismo della folla, affermando il brutale concetto che i dimostranti di strada abbiano più legittimità di un governo eletto.[…] Come molti altri “totalitaristi”, considerano un crimine la semplice espressione di idee diverse dalle loro.[…] Ogni democratico degno di questo nome non dovrebbe mai dimenticare che il potere viene conferito dai voti degli elettori e non dai mattoni scagliati contro le vetrine. […]

Fu l’Europa a creare i primi mercati mondiali, diffondendo il proprio capitale, le proprie tecnologie, le proprie lingue e le proprie genti su tutti i continenti del pianeta. Agì come forza trainante di una circolazione internazionale di beni, conoscenze scientifiche, idee e tecnologie. Dopo la catastrofe della Prima Guerra mondiale, l’Europa si rischiuse su sé stessa. […] Anche gli Stati Uniti, il Brasile, l’Argentina iniziarono a barricarsi. […] Il risultato finale non si fece attendere a lungo: il crollo del mercato dei cambi nel 1929, seguito dalla Grande Depressione. […] L’indebolimento del prestigio europeo nel mondo è una punizione autoinflitta. […]

Bloccata da pregiudizi ideologici, l’Europa, nonostante i suoi successi, continua a vivere nell’ombra dell’America. […] Gli avidi attivisti dell’Europa e di alcune altre nazioni continueranno a considerare la globalizzazione come un male velenoso unicamente per il suo stretto collegamento con l’America? […] Già nel maggio 1944, H. Beuve-Mery, fondatore di ‘Le Monde’ scriveva che ‘gli americani rappresentano un concreto pericolo per la Francia…sono arroccati su un autentico culto dell’idea di libertà e non sentono il bisogno di liberarsi dalle catene con cui il loro capitalismo li tiene legati’[…] Noi francesi non abbiamo quasi niente da ridire contro Saddam Hussein, Gheddafi, Kim Yong II, Castro, Mugabe, gli imam della Repubblica islamica dell’Iran o ai boss della Cina e del Vietnam. Riserviamo i nostri rimproveri, il nostro disprezzo e i nostri attacchi per gli Usa, per R. Reagan e per G.W. Bush, e per europei come M. Tatcher, S. Berlusconi e T. Blair, perché non sono abbastanza ostili al capitalismo. I nostri nemici non sono i dittatori, ma l’economia del libero mercato.[…]

Sono lo statalismo e il socialismo, non il mercato e il capitalismo, gli elementi che hanno distrutto le economie africane. […] Dal comunismo hanno preso in prestito una ricetta infallibile per la rovine dell’agricoltura: la collettivizzazione della terra, dall’Algeria fino alla Tanzania, con la creazione di ‘cooperative’ dimostratesi ben presto improduttive. […] Tra il 1960 e il 2000 l’Africa ha ricevuto finanziamenti quattro volte superiori rispetto a quelli ottenuti dall’America Latina o dall’Asia. Perché questi continenti sono riusciti a decollare e l’africa invece no? Perché hanno introdotto il capitalismo e il commercio su scala mondiale. Ma è inutile dire queste cose ai no global: si mettono soltanto a sbraitare indignati. […] Non avendo nessuna alternativa concreta da proporre, urlare slogan, saccheggiare città e impedire meeting internazionali offre l’illusione di compiere un’azione morale.”
Commenti
Da mrtpla @ domenica 29 agosto 2004 0.00
Ciao Cecco, leggendo le citazioni da te proposte sulle prime sono rimasto sconvolto dalla tua introduzione: monsieur J.F. Revel "che ragiona molto serenamente e realisticamente"??? Mi sa che mi e' sfuggito qualcosa... Prima di tutto farei presente all'"accademico" che i discorsi sono due, che vanno tenuti ben distinti tra loro, e che mischiarli vuol dire solo cercare di confondersi le idee: - da una parte ci sono i "no-global" televisivi (permettimi la definizione) i 1000, probabilmente meno, che spaccano le vetrine a Genova o che distruggono i McDonalds, e che sono riproposti dalla TV per ore. Oppure i due o tre che sono stati invitati a trasmissioni che fanno audience (perdonami, non so come si scrive), ma che non sono stati in grado di esprimersi. - dall' altra c'e' il problema della globalizzazione intesa come imposizione di alcune regole sul commercio. Sempre da questo lato ci sono persone che hanno deciso di manifestare il loro dissenso rispetto ad alcune regole, sono quelli che secondo J.F. "hanno cercato di sostituire la democrazia con un dispotismo della folla, affermando il brutale concetto che i dimostranti di strada abbiano più legittimità di un governo eletto"... Mi deve essere sfuggito qualcosa... Mi pareva di aver capito che esprimere il proprio parere facesse parte dell'idea di Democrazia... Cito dalle tue citazioni: "Bloccata da pregiudizi ideologici, l’Europa, nonostante i suoi successi, continua a vivere nell’ombra dell’America.". Tutti noi sappiamo che e' vero e una delle espressioni piu' devastanti di questa dipendenza si chiama "New Economy", i segni, meglio le ferite, che ha lasciato sono ancora sanguinanti... Da una conversazione avuta alcuni giorni fa con un amico sull'argomento globalizzazione: "Gli investimenti all'africa sono più alti ma li non c'è stato sviluppo": vero, ma i paesi Africani hanno risorse minerarie a cielo aperto, estrarre alcuni prodotti da loro costa poco, anzi pochissimo, ma poi non possono venderli direttamente sui nostri mercati "ricchi" perche' sono protetti da apposite tasse di importazione... Inoltre prestare soldi ai paesi sottosviluppati e' un business per i paesi ricchi che controllano la banca mondiale... Per finire, quanti dei soldi prestati o investiti, come preferisci, sono stati sperperati per finanziare questa o quella guerra voluta dagli Stati Uniti per sovvertire i vari governi che a loro non piacevano? Guardare le cose in superficie e' troppo comodo. Cercare di capire qualcosa di piu' richiede un po' piu' di sforzo. Ridurre tutto ad una conclusione del tipo "il modello capitalista funziona quello comunista no" e' anacronistico e sopratutto non aiuta a fare chiarezza sul problema. E il problema esiste, e' grande, e va affrontato! Paolo

Da Cecco @ lunedì 30 agosto 2004 0.00
Rimango decisamente schierato con Revel. Segnalo due cose circa il commento interessante di Paolo: 1) Quando si parla di "dispotismo della folla", secondo me, non si vuole indicare che sia sbagliata la manifestazione, quanto piuttosto ritenere che sia la lotta dei puri (manifestanti) contro i corrotti (politici e non manifestanti); sono semplicemente due idee che si contrappongono e devono giocarsi e confrontarsi nel mondo socio-politico. 2) Sono convinto che la frase "il modello capitalista funziona quello comunista no" sia anacronistica, infatti non c'è neanche da dirlo, non è una cosa in discussione, è la storia che l'ha dimostrato.

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