L'Italia è un Paese molto particolare, capace di rendersi strano quasi in ogni tema socio-politico rispetto al resto del mondo. Potevamo forse esimerci dall'essere strani anche sulle tematiche riguardanti il mercato del lavoro? Assolutamente no. Ecco perché abbiamo i contratti a tempo indeterminato, ecco perché abbiamo l'articolo 18 (ricordate? la legge sull'impossibilità di licenziamento), ecco perché nonostante tutto questo i "soliti noti" combattono contro quello che chiamano "precariato", avrebbero ampliato l'articolo 18 anche alle aziende più piccole, si oppongono in ogni modo contro i tentativi di riforma del mercato italiano del lavoro, iniziati nel 1997 con il pacchetto Treu, poi riformato con la legge che porta in nome del compianto Marco Biagi. Fa specie che ai sindacalisti politicizzati, agli irriducibili comunisti, ai finti riformisti di sinistra (socialisti e cattocomunismi)… insomma, ai residui del pensiero marxista, i “soliti noti” abbiano avuto un nuovo sostenitore dalla cultura e dai principi decisamente differenti. E se Benedetto XVI, o chi lo ha consigliato sul tema, esprime pensieri marxisti, sbaglia l’intervento sul tema e bisogna dirlo, con tutto il rispetto per la persona e per quello che rappresenta. Ma andiamo con ordine.
L’Italia di caratterizza per la presenza di moltissime piccole-medie imprese e la quasi assenza di grandi; per come è strutturato il mercato, risulta quasi più conveniente avere aziende ridotte e fortemente specializzate. I lavoratori, invece, sono culturalmente abituati alla perenne ricerca del “posto fisso”, i più “vecchi” festeggiano se in pubblica amministrazione o aziende privatizzate. Si crea così un sistema ridicolo di contrapposizione, anziché collaborazione, tra datore di lavoro e lavoratore: il primo, cercando forme contrattuali dalle quali può più facilmente svincolarsi e di lavoratori sempre più disposti a tutto (mettendo in secondo piano le loro capacità), spingendosi in alcuni casi anche nel lavoro nero e nella manodopera clandestina, andando anche a discapito della crescita dell’azienda stessa; il lavoratore, invece, disposto a tutto per avere un contratto a tempo indeterminato, perché poi che faccia-o-non-faccia, l’azienda se lo deve tenere. E dove scatta il matrimonio “finché morte non vi separi”, la situazione non è idilliaca. Così in alcune aziende, specie dove conta la “rivendibilità” della forza lavoro, i fattori per avanzare sono principalmente tre: avere un bel titolo di studio, “essere vecchio” (occhio, non “avere esperienza”), e dare delle buone e mirate dosi di leccate… Il “capo”, che per quest’ultimo fattore vuol bene a questo lavoratore, non avrà difficoltà a trovargli le occasioni migliori, forte di studi dal valore legale e di qualche ruga che in paese gerontocratico fa benissimo. In altre, dove conta di più “mantenere lo status-quo”, l’importante è rompere le scatole e, possibilmente, fare male il proprio lavoro: il metodo più facile per il “capo” per risolvere il proprio problema sarà quello di promuovere questo lavoratore, tenendo il collega che buono-buono cerca di fare bene. Non si trova spazio per parole come “meritocrazia”: il lavoratore raramente o scarsamente è premiato per quello che sa fare e per quello che fa.
Sindacati, sveglia! Invece di fare le lotte di partito, dovreste pensare veramente al bene dei lavoratori. A partire dall’abolizione del contratto a tempo indeterminato e dell’articolo 18! Invece di lottare contro i contratti a termine per motivazioni ideologiche (marxiste), dovreste lottare affinché il minimo salariale sia più alto a fronte di una durata minore, e viceversa. Dovreste lavorare affinché i minimi salariali garantiscano più-o-meno la sussistenza, lasciando che sia il datore di lavoro, soprattutto con quote di salario variabile legate alla produzione, a premiare chi raggiunge gli obiettivi. Non esiste il vostro paese ideale nel quale tutti gli introiti delle aziende sono redistribuiti equamente dallo Stato a tutti i lavoratori (e non solo); esiste un sistema da applicare nel quale la flessibilità garantisca mobilità e il merito corrisponda a salario, affinché ogni lavoratore sia spronato a fare meglio e contemporaneamente ogni individuo abbia l’occasione di “farsi vedere” e non essere condannato da pregiudizi senza fondamenta. Un sistema nel quale il mercato del lavoro veda la contrapposizione equa tra le due parti, dove sì il datore di lavoro possa rivolgersi ad altri lavoratori ma anche quest’ultimi possano rivolgersi altrove. Un sistema nel quale le forme di lavoro illegali non risultino convenienti grazie alla regolamentazione delle forme contrattuali necessarie alle aziende.
In conclusione, si smetta di parlare di “precariato” perché è proprio la lotta contro la flessibilità che rende il lavoratore “precario”. Un mercato del lavoro flessibile è un bene per tutti, dallo Stato, alle aziende, ai lavoratori. E’ la situazione attuale che mantiene l’Italia nella sua situazione anomala, l’ennesima, nella quale riescono a convergere neo-comunisti e cattolici, in una (storicamente) aberrante alleanza. Speriamo si ravveda chi nella propria storia ha fatto dell’ideologia marxista un acerrimo nemico e non una bandiera.