Masce: “Personal Branding è l’arte di comunicare te stesso”

Penultima tranche dell’intervista‬ a Masce tra pubblico e privato, successi e difficoltà, amori e dolori. Saltellando tra personal branding, branco e libertà

Per Masce Communication, intervista di Luca Ribolini  Luca Ribolini Facebook  Luca Ribolini Linkedin  

(quella che segue è la trascrizione della quarta parte, vai qui per leggere la terza. Se vuoi rileggere l’intervista dall’inizio, segui questo link)

Personal BrandingHai appena citato il Personal Branding, concetto di marketing personale forse non a tutti ben noto. Potresti spiegare un po’ meglio cosa significa per te?

Il Personal Branding è l’arte di comunicare chi siamo e cosa sappiamo fare, ovvero i nostri punti di forza, per contraddistinguerci dagli altri. Indipendentemente da chi noi siamo e da cosa noi facciamo, per noi tutti il branding è importante e gestirlo vuol dire gestire noi stessi al fine di ottenere dei risultati.

Tre indicazioni chiave che daresti ai tuoi lettori per una efficace brandizzazione di se stessi?

Il primo passo, scritto nel tempio di Delfi, è “conosci te stesso”: prima di poter dare agli altri devi sapere chi sei, cosa puoi offrire e cosa hai bisogno. In seconda battuta capire qual è il giusto equilibrio, che tipo di Personal Branding vuoi gestire (se limitarsi al networking offline, se contattare attivamente le persone, come vivere i Social, etc.). E infine, molto importante, saper comprendere, e prima ancora accettare, l’altro, essere aperti al diverso. Nella misura in cui tu contempli l’esistenza dell’altro, soprattutto chi è più lontano da te (come idee, cultura, etc.), allora anche le tue idee, i tuoi pensieri che porti all’altro, e anche te stesso, potranno essere accettati. E non parlo di consenso. Se parti dal presupposto che anche i tuoi pensieri possono essere fallaci, che anche tu puoi non essere perfetto, è più facile accettare il diverso anche quando non lo condividi. Se poi ampli il concetto e ti chiedi come può essere perfetta la tua religione e non un’altra, visto che il tuo credo dipende dalla zona del mondo dove nasci, oppure pensi a quando era bestemmia pensare che la terra fosse rotonda, o cose del genere… capisci quanto è infima la nostra conoscenza in un determinato tempo e in un determinato spazio, quanto sono fallaci le nostre idee di fronte all’immensità dell’infinito. E quindi accetti le altre come stimolo di confronto e miglioramento, senza pretendere di elevarti a detentore di verità assolute che, presto o tardi, probabilmente verranno smentite.

Perfezioni e vendi la tua persona così come si farebbe su un prodotto?

Letta così “dalla coda”, chiunque spalancherebbe gli occhi dicendo “ma tu non sei mica un oggetto da vendere” e spaventerebbe una gestione troppo simil-aziendale della persona. Facendo invece qualche passo indietro, questo concetto che riassumiamo come “fare branding”, in modalità più o meno consapevoli, lo facciamo tutti nella vita di tutti i giorni, nei nostri contatti quotidiani e nelle relative attività di networking: lo fa mia mamma quando parla con le sue amiche e dice quello che ha fatto o racconta chi è lei e cosa vive, lo fai tu quando parli con i tuoi colleghi del tuo lavoro o da tua esperienza. E lo fanno i nostri amici quando vanno su Facebook e postano il loro pensiero o stato d’animo oppure vanno su Instagram e postano una loro foto: questo è ampliamento dei canali di comunicazione anche al cosiddetto “online”, attraverso i Social e, quindi, per chi lo ritiene opportuno, si può fare anche tramite un proprio sito di presentazione di sé, eventualmente corredato da un blog. È un mondo multicanale dove tutti questi canali sono strumenti attraverso cui ciascuno di noi come “animali sociali” cerchiamo di parlare agli altri di noi stessi e farlo attraverso un sito è solo un altro canale, una maniera un po’ più strutturata per farlo.

Ti piace leggere?

Sì. Mi piace leggere ma, come spesso nella vita, purtroppo, dedico meno tempo di quello che vorrei.

L’ultimo libro che hai letto?

Appena ultimato “Il monaco che vendette la propria Ferrari” e, devo ancora finire, “The Game”.

I tuoi 3 libri preferiti in assoluto.  E per favore non dire “Comunicare è vivere”…

Senza dubbio “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Poi citerei, non tanto come lettura quanto come spunto, come qualcosa di interessante a 360 gradi e che mi ha molto ispirato, l’ “I-Ching”, il Libro dei Mutamenti. E poi… non ce la faccio… “Comunicare è Vivere” ovviamente!  

I tuoi film preferiti?

“Fight Club”, “Wall Street” e “Thank you for Smoking”. Ma anche “Match Point” non è male… meglio che mi fermo qua! 

I tuoi tre musicisti preferiti?

Non ho una grandissima cultura musicale, ascolto un po’ di tutto. Citerei Vasco, Ligabue e gli 883. A questi aggiungo, dando merito ai miei figli che me li stanno facendo apprezzare, gli Articolo 31 (che aggiungerei di diritto alla lista) e poi, un poco, i Modà.

Dal sito si evince una discreta carriera da ciclista. É così?

Discreta… ero una mezza schiappa che pedalava in bici.

E quanto tempo hai fatto il ciclista esattamente?

Ho fatto 4 anni come corridore e due anni come direttore sportivo

Brutte cadute?

Tantissime. Ti dico solo che poco tempo fa ho sentito un ex compagno di squadra in occasione del suo compleanno e si ricordava ancora di una mia caduta in allenamento, giù dalla discesa del Ghisallo, in cui avevo spezzato il telaio della bici e mi ero fatto discretamente male.

Anche mio padre è ciclista… ho visto bene quanto ci si fa male quando si cade andando forte!!

Specie per chi ama il rischio.

Poi sei diventato direttore sportivo, un salto dalla bici all’ammiraglia. Ritieni di aver avuto migliori risultati pedalando o organizzando e motivando i tuoi ragazzi?

Pedalando non ho avuto risultati, quindi viene facile il confronto… Scherzi a parte, in quella fase mi appassionava molto il ciclismo e mi interessavano molto anche gli aspetti manageriali e l’essere guida, leader. Di sicuro lo sono stato e forse lo sono ancora adesso, se penso all’esperienza del ciclismo ma anche alla lunga esperienza lavorativa come team manager, all’esperienza nel volontariato (nell’organizzazione intendo) e anche qui su Masce.Com nel movimento… sono fatti e ha portato tanta gente a riconoscerlo negli anni. Mi viene in mente solo una persona incapace di vederlo, riconoscerlo e sfruttarlo ed evidentemente è un problema suo… tranne per il fatto che purtroppo me lo ritrovai come capo! Oggi come oggi… le cose cambiano nella vita, forse sono più un cane sciolto, un one-man-show che non un leader, un guidatore di persone. Ma è anche questione di cosa la vita ti pone davanti, quali occasioni, quali persone.

Hai parlato di un cane sciolto, di un one-man-show. Non pensi che sia da un punto di vista personale che professionale, un’azione corale possa offrire più stimoli ed insegnamenti?

La prendo un po’ alla larga: io credo che tra le cose più importanti dell’evoluzione della specie umana, dell’esistenza della vita in generale, del mondo, dopo a sopravvivere e riprodursi ci sia la capacità di adattarsi al contesto. Ci sono specie anche più forti che si sono estinte per l’incapacità di adattarsi al contesto. Allo stesso modo, quando noi siamo calati in un contesto lavorativo in cui non viene incentivato il lavoro di squadra o, peggio, vengono incentivati gli individualismi o, peggio ancora, in cui la tua stessa sopravvivenza lavorativa è legata all’individualismo, allora tu per sopravvivere ti adatti a quello. E’ inutile fare squadra se sei in una arena dove chiunque è pronto a uccidere chiunque altro, al contrario devi essere pronto a fare squadra se nell’arena magari entra un leone e tu, come gli altri tuoi simili, senza fare squadra siete perdenti.

Intendi dire che un gruppo di persone valorose vale meno di te preso singolarmente se è meno flessibile nell’adattamento?

Dipende se il contesto incentiva di più all’individualismo o alla cooperazione. Il proverbio dice che l’unione fa la forza, però dipende sempre da “con chi ti unisci”, non tanto come forza individuale di quell’altra persona ma quanto come… impossibilità che la fiducia che riponi in lui venga poi tradita.

Quindi tendi a basare la tua interazione professionale con gli altri sulla fiducia più che sulle competenze?

In una metafora: preferisco avere con me una persona con un coltellino piccolo piuttosto che una con la spada purché se mi giro sono sicuro che, qualsiasi strumento abbia, non me lo infili nella schiena.

Ti è capitato di lavorare in contesti dove c’era da guardarsi bene le spalle?

In 15 anni si, sono capitati più di un contesto del genere.

Questi ambienti hanno avuto delle ripercussioni su di te come uomo e come professionista?

Ho dovuto imparare a gestire questa cosa ma, prima ancora, a riconoscerla perché quando hai determinate aspettative dalle persone e per la prima volta scopri che possono essere disattese…  la tua visione del mondo varia e compare un elemento che non pensavi esistesse. Dopodiché, una volta che hai imparato, sai adattarti, ma questo non basta: che tu vinca o perda in queste situazioni, fa parte del gioco.

Preferisci vincere a tutti i costi oppure partecipare nel rispetto delle regole?

Vincere. Dopo che ho subito i peggiori trattamenti da parenti, amici, colleghi, finanche da sconosciuti, capaci di usare ogni mezzo criminoso per il proprio tornaconto e ne sono usciti vincenti,  beh… no, non credo più alla giustizia,  allo stato di diritto. Credo che la vita sia come un gioco e loro hanno fatto la loro mossa vantaggiosa. Ora tocca a me. Lo accetterò e li ignorerò o vendicherò le ingiustizie? Io ho fatto la mia scelta.

Risposta che hai dato dimostra che per te è molto più importante l’obiettivo che il modo in cui viene raggiunto…

Il fine giustifica i mezzi

Ma questo significa che per 100 milioni di euro tu uccideresti una persona?

Dipende da tanti fattori, comunque probabilmente sì.

E la questione morale non te la poni?

Le regole morali sono dettate dagli stati, dalle tradizioni e dalle religioni per gestire le masse. Un uomo veramente libero sceglie le proprie regole e accetta il prezzo da pagare per quelle che viola.

Ti definiresti un anti-conformista?

No, sono chiaramente non conformista, ma non sono “anti”: se condivido, scelgo qualcosa, lo faccio indipendentemente dal fatto che sia “sponsorizzato” dalle masse oppure no, che sia una scelta di nicchia oppure no. Scelgo io e io soltanto. Che sia una scelta più o meno largamente condivisa, non cambia la mia decisione. Tornando alla morale… Tutto dipende dalle situazioni che ti capitano: diffida da chi ti dice che non ucciderebbe mai o non tradirebbe mai o cose del genere, vuol dire che la vita non l’ha mai messo nelle condizioni di avere un’offerta concreta tra le mani. Nell’ipocrisia della nostra società, quasi nessuno lo ammette, tanto difficilmente capiterà di doverlo fare veramente. Ma è sempre una questione di mercato: se avrai una ragione reale e concreta, vedrai che comincerai a negoziare. E’ sempre e solo una questione di negoziazione.

Quindi per te tutto ha un prezzo?

Tutto.

Anche la tua libertà?

Con quella negoziamo tutti i giorni, chi le da un valore maggiore chi meno, ma la nostra esistenza stessa nella società è già frutto di una negoziazione della propria libertà. Se poi parliamo di contesti sociali in cui fai parte di un gruppo al lavoro, convivi con qualcuno, hai una famiglia, etc. vuol dire che hai già fatto altre negoziazioni e hai già rinunciato ad altre fette della tua libertà per avere in cambio determinati altri benefici.

Parli di libertà come un elemento soggetto a continua negoziazione, come se ci fossero continui vincoli ad un suo pieno appagamento: quanto ti senti davvero libero di esprimere te stesso?

Proprio perché la cosa che più amo è la libertà (come dall’epitaffio sulla tomba di Camillo Benso conte di Cavour “Sono figlio della libertà. Ad essa devo tutto quello che sono.”) io amo la libertà e negozio sempre con un occhio di riguardo ad essa. Proprio per questo parlo sempre di “alienare gli schemi preconfezionati” perché tutte le scelte di appartenenza che si fanno (a un gruppo, a una religione, a un partito politico, …), qualsiasi tipo di appartenenza, richiedono una negoziazione della propria libertà e una concessione. Nel momento in cui tu decidi, per esempio, di essere cattolico, se tu davvero vivi da cattolico (parliamo di gente che realmente interpreta questi messaggi, non gli ipocriti con una etichetta pubblica e un comportamento nascosto) tu decidi di delegare determinate scelte della tua vita e fette della tua libertà ad un credo e a delle persone che al posto tuo hanno scelto i vincoli e gli schemi della tua vita. Ho fatto l’esempio della religione, intesa come appartenenza ad una confessione e non come fede, perché è il più facile da comprendere ma è uguale parlando di un partito politico, di un gruppo di studio, di una loggia massonica, o di un qualsiasi altro gruppo di persone.

Dal tuo punto di vista è una scelta di comodo?

Principalmente lo si fa per comfort. In un branco ci sentiamo più protetti e quindi noi se apparteniamo a branchi più popolari, più diffusi, più confacenti quello che ci circonda, allora ci sentiamo meglio. Quindi, in Italia, sei più confortato se sei cattolico, tifi Juventus, votavi DC nella prima repubblica, e via discorrendo. E’ ovvio che se ti restringi a casi più complicati, come può essere dichiararti islamico in occidente, oppure di un partito radicale di minoranza, o dichiararti gay, etc., ecco che la tua zona di comfort si riduce notevolmente. Ora pensa, estremizzando, a tagliare tutti questi gruppi e ridurre tutto solo a te stesso, dover sostenere te stesso e le tue idee senza essere guidato e protetto da tutti questi gruppi: sei esposto al massimo del rischio e quindi annulli totalmente la tua zona di comfort. Questo è il prezzo della libertà.

E tu hai scelto di vivere con una zona di comfort ridotta al minimo?

Lo fai solo se sei sicuro e confidente di voler vivere secondo le tue idee e non secondo quello che qualcun altro ti ha dettato. Lo fai se hai la volontà e la capacità di vivere indipendentemente dal fatto che tu abbia 1 o 100 like su Facebook. Se invece vuoi consenso a tutti i costi, ti preparo una dozzina di immagini e frasi già fatte che vanno benissimo per strappare like e condivisioni. E probabilmente se apri un qualsiasi Social in questo momento, le trovi già che passano in bacheca.

Tu fai parte di un branco?

Tutti facciamo parte di un branco. Il mio branco, quello che io mi son definito per me, è formato solo dalle persone che io amo.

Quali sono le caratteristiche che caratterizzano il tuo branco?

Solo sentimentali, slegate da ogni tipo di interesse (di corporazione, economico, di condizione sociale, …). Posso essere sentimentalmente legato a un ricco imprenditore come un povero mendicante, un politico come un nullafacente… Non me ne frega assolutamente nulla di cosa uno fa, ha o è: se la vita mi ha messo in contatto con lui e nutro sentimento per lui, a me va bene.

Non mi interessa tanto il tuo branco ideale quanto il tuo branco reale; quali sono le caratteristiche comuni tra i suoi componenti?

Ciascuno si accomuna a me per una o più caratteristiche, perché per ciascuno io ho scelto loro, o ci siamo scelti a vicenda, sulla base esperienze o cose che ci legano, o almeno legano me a loro, sentimentalmente.

Quali sono i principali branchi di cui gli uomini fanno parte?

Nel pensiero comune una persona fa parte della sua famiglia, primo branco, di un gruppo di amici, di un gruppo al lavoro, così come fa parte di un comune, di una regione, di uno stato… tutti gruppi che in maniera più o meno ampia sono vicino a te e di cui ti senti più o meno appartenente.

Ti faccio notare che hai parlato sin da subito de “IL” branco e non di “UN” branco, declinandone le relative caratteristiche, tutte relative all’affezione, al sentimento e all’amore! Possiamo dire che IL branco di cui tu fai parte coincida in qualche modo con la tua famiglia?

Io più nello specifico ho parlato per me de “IL” branco perché io mi sento parte di un unico branco di cui fanno le persone che amo, dopo per me esiste solo “il resto del mondo”. Famiglia è un’etichetta eccessiva per certi versi, riduttiva per altri. Sono quelli che amo: i miei figli e la mia compagna in primis, poi mia madre e 2-3 amici, mio fratello, e pochi altri.

Tu o il tuo branco?

Evitando di portare danno, o mancato beneficio, al branco, la risposta è: io.

Ancora viene fuori il tuo individualismo…

Chiunque di noi farebbe questa scelta ma non lo sa fino a che non è il momento di dover scegliere.

É una questione di sopravvivenza?

Esatto

Ti chiederei di fare un pò di chiarezza sul trade-off tra la soddisfazione del bene individuale e di quello del branco: come ti muovi per gestire e bilanciare questi due elementi?

Partiamo dal presupposto che ciascun individuo, come ogni essere animale, se ridotto a scelte legate alla sopravvivenza e alla propria sicurezza, sceglie quasi sempre sè stesso. Quando una persona sta bene a questi livelli ed eleva il soddisfacimento dei propri bisogni a quelli più sociali e di appartenenza, come il branco, ecco che arriva a negoziare anche “parti di sè” con gli altri. E arriviamo al concetto di altruismo di cui parlavamo: l’unione del “meglio per ogni singolo individuo” non porta forzatamente al meglio per il gruppo, e siccome danneggiare il gruppo, o più lievemente non portarne beneficio, diventa danno, o mancato beneficio, anche verso se stessi in maniera indiretta e meno percepibile, ecco che più ci si avvicina alla dimensione di sè/branco e più è importante migliorarsi mentre più ci si allontana verso la dimensione branco/resto del mondo e più è importante il concetto di “non danneggiare”, senza che questo sia più applicabile al singolo individuo ma solo al sistema nel suo complesso. Bisogna quindi sforzarsi di non danneggiare il mondo e bisogna impegnarsi a migliorare lo status del proprio branco, oltre che di sè. Lo scopo “nobile” dell’esistenza di ciascuno di noi si può sintetizzare nel dover lasciare ai posteri un mondo non peggiore di come lo si è trovato, lasciando agli appartenenti il nostro branco un contesto migliore rispetto a quello da dove si è noi partiti. Non aspettarsi nulla in più dagli altri per sé, ma cercare di dare agli altri qualcosa in più per tutti. Insomma: se fai star bene le persone del tuo branco, ed eviti di danneggiare le altre o comunque il sistema circostante nel suo complesso, questo ti ritorna e ti da maggiori garanzie anche rispetto alla tua sicurezza e alla tua sopravvivenza.

Tra le righe hai citato Maslow….

Abraham Maslow e la piramide dei bisogni… Masce ha ampiamente spiegato come vive i suoi bisogni sociali ma Ribo ha una curiosità non ancora sviscerata, che riguarda l’apice della piramide… Lo scopriremo solo nella prossima ed ultima parte di questa intervista.

(vai qui per leggere la quinta ed ultima parte)

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