Visione della Vita di un Uomo

Qual è il senso della Vita? Avere una visione chiara fa aumentare il nostro benessere e ci guida alla ricerca della felicità.

Visione della Vita di un UomoDio è l’Universo Mondo dell’inspiegabile, la risposta, il rifugio per ogni domanda a cui non troviamo spiegazione certa, ma se tralasciamo credenze e supposizioni più o meno personali e ci soffermiamo su ciò che è manifesto in Natura e comune a tutti gli esseri viventi, la Vita ha un senso molto semplice: sopravvivere (in primis) e riprodursi (possibilmente), al meglio delle possibilità proprie e del contesto in cui si è inseriti. Il meglio in questo scopo si realizza (principalmente) con la capacità di adattamento, poiché il contesto è forzatamente mutevole e (secondariamente) evolvendo, ovvero perseguendo il tentativo continuo di incremento del proprio benessere. Il benessere cresce soddisfacendo ed elevando, in quantità e in qualità, i propri bisogni. I bisogni vanno soddisfatti secondo priorità, trovando armonia tra quelli base (inalienabili per la sopravvivenza) e la ricerca della felicità. La felicità piena (utopia) è la massima espressione artistica della persona: è l’apice di una piramide che muta e che si allontana ogni volta che ci si avvicina ad esso mentre, al contrario, si avvicina al nostro status in carenza dei bisogni primari.

Ogni persona vive un continuo scambio col mondo esterno: a fronte di un bisogno reale (della persona) o percepito (indotto dall’ambiente circostante, dal mercato), la persona mette in campo il proprio prodotto (servizi, beni, denaro, etc.) al fine di barattare parte di esso col servizio desiderato. Se questo scambio è positivo (in funzione del proprio benessere) produce un profitto per la persona. Se il profitto complessivo risultante dall’insieme degli scambi è positivo, è incremento del benessere della persona ed è questo l’obiettivo, senza che vi sia necessità di specifico profitto in specifiche parti della persona (singoli scambi, singoli bisogni, singole identità). Ogni persona, come insieme di una o più identità coesistenti al proprio interno, è un prodotto composto da beni (ove il “sé” include anche le proprietà private in possesso) e servizi (conoscenze, competenze, capacità, etc.) in un pacchetto che espone prodotti e servizi più o meno complessi da portare su uno o più mercati al fine di ottenere in cambio quei servizi necessari a soddisfare i propri bisogni. Quello che conta nella valorizzazione è il servizio: i beni, così come i prodotti, ovvero i pacchetti di beni e servizi, sono solo un tramite per erogare servizi in un determinato tempo e se accumulati in eccesso, cioè oltre il soddisfacimento di bisogni di garanzia e di sicurezza e oltre la necessità di soddisfacimento di specifiche realizzazioni, diventano mancato beneficio per la persona, senza alcuna utilità, senza alcun valore per il benessere della persona, fatto salvo per soddisfare eventuali specifici bisogni maniacali di accumulo, come i bisogni ossessivo-compulsivi di collezionismo. Il servizio è tale, ossia è utile, solo nel momento in cui soddisfa un bisogno, all’atto dell’erogazione: lì viene dotato di un valore economico che dev’essere in funzione del proprio benessere ed è quantificabile con una unità di conto, tipicamente denaro. Il denaro serve solo a standardizzare la misurazione del valore dei diversi servizi ed è un transito in attesa di tramutarsi in altro servizio; se accumulato in eccesso diventa anch’esso merce, senza utilità diretta allo scopo e causando un mancato beneficio per il benessere della persona.

Se l’uomo offre propri servizi, come parte del proprio prodotto, solo per soddisfare i propri bisogni e questo scambio può toccare contemporaneamente aspetti multipli (es.: il lavoro può soddisfare il bisogno di denaro a livello di sicurezza e nello stesso tempo quello di avere una routine, ma potrebbe soddisfare anche bisogni di realizzazione), la valorizzazione specifica non sempre è applicabile e quella puramente in moneta (ovvero guardando solo al denaro in quanto tale e perdendo di vista il benessere della persona) perde totalmente di significato essendo, da questo punto di vista, alcuni scambi in positivo (es.: lavoro-stipendio) e altri in negativo (es.: dentista-parcella). Il profitto dev’essere misurato in funzione del proprio benessere, per la possibilità di elevare i propri bisogni. Se vediamo il quadro d’insieme dei bisogni di un’uomo come una piramide (che sia Maslow o un altro il riferimento è uguale, l’importante è classificare i bisogni secondo livelli differenti in cui siano ai livelli più bassi i bisogni più essenziali alla sopravvivenza e al vertice quelli più affini al concetto di felicità), ecco che elevare il proprio benessere significa riempire la propria piramide (soddisfacendo i propri bisogni attuali) ed aumentare le dimensioni di questa piramide, farla diventare più grande, aumentando i bisogni per numero e per qualità, riducendo così, in termini relativi, la distanza dal vertice. In linea teorica, la qualità di un bisogno si misura in proporzione alla sua versione base, minima, condizione sotto la quale si è portati alla morte o a una vita fortemente degradata, ovvero crolla tutto, e alla sua versione massima, condizione più elevata per noi stessi, oltre la quale è impossibile andare. In pratica, però, la definizione di un minimo e di un massimo sono proiezioni irrealizzabili normalmente e talvolta neanche immaginabili poiché sono constatabili solo attraverso l’individuale esperienza: ecco che, più pragmaticamente, bisogna definire l’ “as-is” come fotografia base e lavorare su un eventuale “to-be” come situazione target, che sia un miglioramento qualitativo di bisogni esistenti oppure bisogni aggiuntivi, ma comunque come situazione che si ipotizza migliorativa nel complesso e quindi accrescente la piramide in termini relativi (non potendo ragionare in termini assoluti), consci che si tratta solo di una ipotesi che sarà soggetta a valutazioni e mutazioni col passare del tempo perché varieranno i nostri bisogni e la nostra percezione di quali siano i nostri bisogni. E’ necessario lavorare su se stessi dando maggiore importanza ai bisogni base, sia perché essi difficilmente mutano (a differenza del vertice della piramide), sia perché sostengono tutti gli altri sovrastanti, dato che la mancanza totale o sostanziale di bisogni sottostanti (che non possono essere sostituiti con altri assimilabili ma di qualità minore), rende vana la realizzazione di quelli superiori, come a farli crollare anche se soddisfatti (da qui il concetto di piramide). Inoltre, una corretta misurazione non guarda solo all’oggi ma proietta questa piramide nel tempo, calcolando l’area occupata da ogni bisogno in funzione della dimensione tempo, ovvero facendo incidere (in positivo o in negativo) quei fattori che condizionano la durata della nostra esistenza. Poiché la dimensione tempo (come le altre ma in questa applicazione più delle altre) tende all’infinito, ecco che la valutazione deve guardare oltre la morte del nostro corpo e riuscire a qualificare quelle cose che sopravviveranno e daranno valore anche dopo la nostra morte (es: figli, realizzazioni, etc.).

E’ necessario fare una considerazione di carattere psicologico: in virtù della mutazione della piramide nel tempo, e della sostanziale impossibilità di conoscere aprioristicamente la dimensione massima della nostra piramide (sempre che esista questo massimo prestabilito), ecco che arrivare ad avere una piramide di una certa dimensione e poi vederla crollare, progressivamente o in maniera repentina, ha un impatto psicologico rilevante, poiché si ha piena consapevolezza di tutto quanto è venuto a mancare nel proprio benessere, diversamente da una pari condizione qui-e-ora che non ha un pregresso di dimensioni maggiori ma, anzi, magari al contrario, partiva una situazione inferiore che è migliorata fino a quel punto. Questa distanza tra la propria piramide “reale” e quella che si percepisce come adatta a sé, perché frutto dell’esperienza o per proiezione mentale di sé, spiega anche le dinamiche di mantenimento dello status quo in una realtà che fa star bene l’individuo (qualsiasi sia lo stato) e la voglia di cambiamento/rivoluzione per chi soffre una mancanza forte. A proposito di percezione: il concetto di piramide rappresenta come i bisogni che stanno più alla base sono quelli più legati alla sopravvivenza, più necessari, e si misurano principalmente in carenza, ovvero è la mancanza di un certo livello che li rende critici; al contrario, salendo la piramide, troviamo bisogni legati alla crescita, alla soddisfazione, sostanzialmente non necessari alla sopravvivenza ma per la percezione dell’uomo (quando non ha problemi sui bisogni base), questi diventano i più importanti, quasi come fosse una piramide rovesciata, poiché la percezione di benessere e di felicità partono dall’apice della piramide e, senza carenze alla base, non ci si rende conto della reale priorità dei bisogni; solo una consapevolezza di questi concetti, o un crollo (repentino o progressivo) dei bisogni base, permettono all’uomo di recuperare una giusta percezione della piramide e delle priorità.

Riassumendo, quindi, l’evoluzione, ovvero l’incremento del proprio benessere, è l’aumento di dimensione della propria piramide, anche in funzione del tempo, come fosse una conquista militare o politica: è la conquista di sé. Questa conquista si ottiene aumentando il profitto complessivo per mezzo degli scambi che avvengono col mondo esterno al fine di soddisfare i propri bisogni. Per ottenere profitto da questi scambi, è opportuno dotarsi di processi di gestione della persona così da governare elementi che non possono o non vogliono essere lasciate allo sbando, nonché gestire al meglio scelte importanti o difficili o, ancora, attuare modifiche comportamentali altrimenti impossibili. Tuttavia, questi strumenti di gestione non devono essere eccessivamente invasivi perché il loro scopo non è quello di governare ogni questione, ogni momento, ogni singola azione: per la maggior parte delle normali azioni di tutti i giorni, l’uomo ha già lo strumento principe ed è il cervello, quello razionale come quello legato ai sensi, e bisogna saper lasciare spazio all’intuito. Così come bisogna lasciare spazio alla casualità (al fato, o come ciascuno vuole chiamarlo), poiché spesso le cose più importanti della nostra vita accadono quando meno le abbiamo cercate, poiché, nell’infinitesimalità della nostra personale conoscenza confrontata all’infinito di ciò che è conosciuto o non ancora noto all’umanità intera, se lavorassimo solo negli schemi da noi appresi nella vita e in cui crediamo non ci sarebbe spazio per l’esplorazione e la scoperta di qualcosa che noi ignoriamo e che magari è per noi profittevole, poiché, che noi lo vogliamo o meno, che ci piaccia o meno, che lo ammettiamo o meno, la fortuna conta più del talento, e se è utile farsi trovare pronti se e quando essa (o la sua sorella avversa) si presenta di fronte a noi, di sicuro bisogna ammettere che essa (o la sua sorella avversa) incide (o può incidere) sulla nostra vita in maniera decisamente maggiore di quanto noi stessi possiamo fare (a meno di fenomeni di auto-distruzione). E’ utile, quindi, trovare un equilibrio ove i bisogni siano soddisfatti con profitto complessivo ma lasciando il “business as usual”, cioè l’80% delle nostre azioni, a meccanismi naturali. Per quel 20% di casi che produrrà l’80% degli effetti, invece, è utile dotarsi di adeguati strumenti al fine di valutare analiticamente gli incroci tra la domanda (bisogni nostri e del mercato) e l’offerta (servizi nostri e del mercato), misurando tramite la conversione in valore dettata dal mercato (ed espressa in denaro), redigendo, ove necessario, gli opportuni documenti di sintesi per valutare i cambiamenti (Es.: Business Plan) e mantenendo, ove necessario, quelli per il monitoraggio e la governance della routine (Es.: Personal Balanced ScoreCard). Nel portare il proprio prodotto (se stesso) sul mercato, è opportuno valutare il bisogno altrui (identificarlo e/o crearlo) e cosa si può offrire, come offrirlo in maniera profittevole.

Inoltre, siccome a tutti i livelli di soddisfazione dei bisogni si deve volgere al meglio, anche nel mischiarsi con la propria specie, riproducendosi o anche semplicemente relazionandosi, bisogna prediligere le persone migliori, perché solo tramite una osmosi positiva con chi ci circonda possiamo aumentare le possibilità di sopravvivenza e di aumento del nostro benessere, esprimendo al massimo la nostra persona. Ciascun individuo, come ogni essere animale, agisce fondamentalmente per ottenere il meglio per sé, per il proprio benessere, ma l’unione del “meglio per ogni singolo individuo” non porta forzatamente al meglio per il gruppo, sia questo visto come branco (dove ognuno può ritrovare la definizione di famiglia, parentela, amici, stirpe, razza, villaggio, nazione, etc.) o come mondo (il “tutto” ad oggi noto, che domani potrà ridursi a ulteriore branco lasciando spazio al “tutto” del sistema solare, se il nostro ecosistema coinvolgerà più pianeti, o universo, se coinvolgerà più sistemi). Siccome danneggiare il gruppo, o più lievemente non portarne beneficio, diventa danno, o mancato beneficio, anche verso se stessi in maniera indiretta e meno percepibile, ecco che più ci si avvicina alla dimensione di sé/branco e più è importante lavorare al miglioramento mentre più ci si allontana verso la dimensione branco/mondo e più è importante il concetto di “non danneggiare”, senza che questo sia più applicabile al singolo individuo ma solo al sistema nel suo complesso. Bisogna quindi sforzarsi di non danneggiare il mondo e bisogna senz’altro impegnarsi a migliorare lo status del proprio branco oltre che di sé. Lo scopo “nobile” dell’esistenza di ciascuno di noi si può sintetizzare nel dover lasciare ai posteri un mondo (un “tutto”) non peggiore di come lo si è trovato, lasciando agli appartenenti il nostro branco un contesto migliore rispetto a quello da dove si è noi partiti, non aspettandosi nulla in più dagli altri per sé, ma cercando di dare agli altri qualcosa in più per tutti. Quindi, il meglio per sé parte dal prossimo, dalla capacità di aiutare, di donarsi all’altro, di dare per poter ricevere, dando prima ancora di ricevere, talvolta dando a prescindere dal ricevere.

Ma prima di ogni successiva azione, il passo più importante e superiore a tutti è: conoscere se stessi. Chi è la mia persona? Quante e quali identità la compongono? Solo successivamente si potrà negoziare tra esse e trovare un compromesso sostenibile per comporre quel pacchetto di sintesi chiamato “persona”, con la visione e la missione della propria vita, i propri valori, i propri bisogni da soddisfare, i propri skill e i propri servizi da poter offrire al mondo, i propri ruoli all’interno della società circostante e i propri obiettivi strategici, quei cambiamenti che vogliamo portare e quei risultati che vogliamo ottenere perché riteniamo rappresentino la nostra evoluzione. Solo in seguito ci si potrà confrontare con le caratteristiche che la gente attorno a noi vorrebbe avessimo, anche qui negoziando, ma con più rigidità, perché non è possibile inventarsi caratteristiche che non si ha (si può farlo solo a scopo, in un contesto di tempo e/o spazio limitato, oppure si può lievemente modificare quelle già esistenti se ritenuto opportuno) né è funzionale al proprio benessere vivere la vita che gli altri vorrebbero anziché vivere quella che noi stessi vogliamo per noi.

Fatto questo lavoro, si potrà pensare di portarne i frutti nella relazione con la società circostante, al fine di massimizzare gli scambi a noi profittevoli grazie ad una buona brandizzazione del nostro prodotto (noi). Il Personal Branding è l’arte di comunicare se stessi, chi siamo e cosa sappiamo fare, ovvero i nostri punti di forza, per contraddistinguerci dagli altri in maniera univoca, seducendo gli altri a scegliere noi. Indipendentemente da chi noi siamo e da cosa noi facciamo, per noi tutti il branding è importante e gestirlo vuol dire gestire noi stessi al fine di ottenere dei risultati. In modalità più o meno consapevoli, tutti lo facciamo nella vita di tutti i giorni, nei nostri contatti quotidiani e nelle relative attività di networking. Per chi ritiene opportuno ampliare i canali di comunicazione anche al cosiddetto “online”, questo branding viene portato anche nei Social e, se ritenuto opportuno, in un proprio sito di presentazione di sé, eventualmente corredato da un blog.

La Visione della Vita di un Uomo passa attraverso questi temi. Si può condividere o meno le risposte date, ma non si può ignorarli. Significherebbe ignorare la propria stessa esistenza e quindi il valore stesso della propria Vita.

2 pensieri su “Visione della Vita di un Uomo

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